Dietro casa
E’ bello andare in giro.
Da qualche tempo, grazie alle mie peregrine e irrisolte ricerche di studio e ai richiami del cuore, mi sono trovato a girare sulle strade del Monferrato. Ho visto posti magnifici, colline rudi, prati a perdita d’occhio, distese gialle di fiori, vecchie cascine piene di cose (cose vere), trattori, aironi, poeti, musicisti contadini, noccioli, suoni e silenzi, colori, filosofi e domande, cappelli, odori acri, papaveri, bombardini, rane, storie, e storie e storie…
Poi qualche giorno fa mi è capitato di percorrere una piccola st
rada che passa dietro casa mia. Non ricordavo che la campagna tra Rivoli e Rosta fosse così interessante, e ci ho messo alcuni minuti a capire che quella strada era stata percorsa da me decine di volte, quando i miei zii mi portavano bambino in bicicletta all’orto. L’asfalto cede gradualmente il passo allo sterrato, e in pochi metri ci si trova in un mondo apparentemente così lontano dal centro cittadino.
Ma poi mi ricordo che la mia città, se percorsa lentamente a piedi, sa offrire scorci incredibili…e sbirciando da un cancello semiaperto scorgo un’aia in terra battuta in cui scorazzano le galline, come i limoni di Montale, in mezzo ai rumori del traffico, alle macchine, al cemento, allo stress.
E allora sorrido quando penso a chi si affanna per l’ansia di viaggiare, e viaggiare ancora, andare lontano, e cerca sé stesso in Oriente, si emoziona per i pascoli irlandesi, nuota nei mari cristallini del Pacifico, sogni mondi fantastici…
E non sa che dietro casa c’è il tesoro.
Estate 2008 – ovvero qualcosa da ricordare
Settembre come sempre arriva troppo presto e passa troppo in fretta perché si possa apprezzare. Prende alla sprovvista, noi che ancora ragioniamo come gli scolari, che l’anno vero inizia con l’autunno, non il primo gennaio come per i calendari e non in primavera come per gli animali.
Settembre e mi guardo indietro e come sempre l’estate è già archiviata (foto, ricordi, propositi). Già storia.
Questi due mesi, che separano questo patetico scazzo settembrino dall’ultimo intervento, mi hanno visto protagonista di svariate avventure: classiche (non per me) vacanze con fidanzata, tradizionali vacanze con amici, piccola esperienza lavorativa (spaccaculo ma divertente).
Inutile soffermarmi in descrizioni stilizzate di panorami indicibili ed emozionanti, il cui effetto si moltiplica se ammirati in amorevole compagnia, che ho potuto ritrovare nella mia adorata Sardegna. Costa Paradiso. Il profumo della macchia mediterranea è un’epifania che mi riporta a tanti anni fa, le rosse rocce granitiche sono statue infinite, il mare è un sogno…ricorderò le colazioni fresche sul balcone della splendida casa in cui alloggiavamo, spazioso e aperto su una vista che toglie la parola. Ricorderò una Valle della Luna appena dopo il tramonto, onirica e sospesa in un’atmosfera spessa. Ricorderò il freddo a Tempio Pausania, che celebrava il suo Fabrizio De Andrè. Ricorderò le insenature e gli scogli, i granchi e il polpo. Ricorderò una Marta bellissima, capace di meravigliarsi.
Inutile anche tentare di rendere le divertenti giornate passate nelle Marche, come di tradizione, con Rich, Johnny, Marta e la new entry Miriam. Ricorderò il gelato liquefatto e gli orari pasto improbabili, l’indiano, i tiri a pallavolo, i bagni lunghissimi.
E per finire l’esperienza nell’Orchestra Tony D’Aloia…liscio, moderni, tanta forza di braccia e orari assurdi. Faticoso montare palchi enormi, partire al pomeriggio e arrivare al mattino, scaricare e caricare camion di roba, suonare per 4 ore…divertente scoprire l’incredibile mondo delle orchestre di liscio da dentro, avere a che fare con persone incredibili, simpatiche, matte, che hanno deciso di votarsi alla musica (quale che sia). Esperienza coinvolgente. Anche se è chiaro che non sia la mia strada. E mentre lo dico, mi chiedo allora quale sia…
Ora, tra un lamento e l’altro, torno ai miei studi, cercando ancora materiale sulle Feste de L’Unità postsessantottine.
Con tanta curiosità e un po’ di nostalgia.
Segnalo a proposito un libretto a fumetti che ho comprato ieri: Rosso – Rivoluzione e Passione (Collana Futuro Anteriore, Comicon). Si tratta di 12 ministorie sviluppate da altrettanti autori e da tre sceneggiatori, il cui tema conduttore è il ’68. Poetico, quasi illuminante.
Tour europeo – ovvero DdS AcBand in Slovenia
Dopo alcune ore di viaggio sulla Punto di Ale senza grandi intoppi, a parte la delegazione comunale che sparisce all’orizzonte entro i primi 10 secondi di autostrada (con tutti i miei strumenti), a parte la distrazione iniziale (dovuta forse all’orario improbabile) che ci ha indotto a ciccare l’uscita della tangenziale, e a parte la pioggia che ci ha accompagnato su tutta la tratta, un cappuccino penoso a Verona e un ingorgo di tir al casello di Venezia, verso l’ora di pranzo i Dario De Seppo Acoustic Band varcano il confine nei pressi di Trieste.
Al Carnevale di Ivrea – ovvero un martedì grasso piacevolmente sinestetico
Sapevo che era spettacolare, avevo sentito telegiornali e banalità varie sulla presunta violenza, sui feriti, le arance congelate, gli sprechi ecc…tanto che pensavo che non sarebbe mai valsa la pena di fare quei 60 chilometri. E invece mi ci sono trovato dentro, con una compagnia per altro inusuale (Marta, un etnomusicologo e una compagna di corso).”Gita” universitaria piuttosto particolare, di quelle che non sai se raccontarlo in giro…lo scopo era di vivere da vicino la dimensione “sonora” del Carnevale.
E’ stato un martedì grasso particolarmente intenso, io che al massimo mi ero spinto in corso Francia a vedere i fuochi artificiali di Rivoli.
Immerso in quell’atmosfera intensa, sospesa, fuori dal tempo eppure così reale, viva, incredibilmente tangibile e paradossalmente così precisa nella sua follia, le sensazioni che si accumulano in sinestesie assurde, mai provate prima, non hanno nulla a che vedere con l’immagine che mi ero fatto di quel Carnevale, in cui la celebre battaglia delle arance non è che uno dei tanti rituali.
Cercando di focalizzare su quelle sensazioni, che sono state intense e sovrapposte, e per lungo tempo (sono stato lì quasi 12 ore, senza tregua), penso di aver percepito il Carnevale molto fisicamente.
Ricordo ad esempio piazza del Borghetto, piccola, tra il ponte e una strettoia in salita, facce già minate dalla battaglia, grondanti dolce sangue d’arancia, visibilmente stanche e soddisfatte, e il grande profumo che rende l’aria irreale, e poi dal ponte avvicinarsi i carri trainati da cavalli addobbati e sonori come sonagli d’argento, e subito sentire i tonfi della frutta infranta sui carri e sulle persone, la vista confusa del disordine dei tondi proiettili rossi, l’udito saturo di urla, canti e cori da stadio, le squadre in estasi, schivare i colpi, poi un altro carro, poi un altro, e sempre più arance in aria e per terra, fino a che l’ultimo scompare nella via e rimane solo la piazza coperta di melma gialla e grigia, le facce ancora più stravolte, e un profumo intenso risale gonfiando l’aria. I piedi stanchi fanno male, e arrancano scivolando nella melma dolce e odorosa, mentre da lontano i Pifferi acuti traffigono l’aria con la loro musica penetrante e trascinante, e i colpi dei Tamburi misurano l’avvicinarsi del corteo, sempre più forte, finchè non compare, e poi il Generale, le acclamazioni della folla, gli Abbà, la Vezzosa Mugnaia e tutto il resto. Tutti i sensi sono stati impegnati.
Settembre – ovvero dopo le vacanze, estetica degli amori, ritorno alla realtà
Eh sì, oh, è così…trovarsi una ragazza per uno come me è un po’ come la sinistra che riesce ad andare al governo: si è lamentata per anni, e in fondo si era abituata a stare all’opposizione. Al governo non sa più che dire, che fare, spiazzata, la sinistra è onotologicamente, idealmente, all’opposizione…diciamoci la verità, quando và al governo non sa più che chi è. E io non so più scrivere. Ora sono felice, Marta è splendida, Marta è bella, Marta è Marta. Posso farvela conoscere, mica c’è bisogno di descriverla. E’ qui con me, mica devo evocarla. Può leggere in tranquillità queste righe (oddio…spero) senza che io debba nasconderla dietro nomignoli o allusioni. Marta, ci sei? Ti voglio bene! Non c’è bisogno di inventarmi chissacchè, posso dimostrarglielo persino dandole un bacio. Capite? Un bacio vero! Non quelle cose che si immaginano, si pensano, si sperano e al limite poi si scrivono…quelle che si fanno!
Si ragionava con Marta poco fa che ci siamo raccontati le nostre passate storie, ma non i nostri amori mai iniziati. Eh sì, perché quelli mai iniziati, a rigor di logica, non sono neanche mai finiti. E fa un po’ impressione. Poi secondo me quelli mai iniziati sono anche più belli. E’ vero, maledizione. Ma sono più belli perché in definitiva sono finti, sono amori egoistici, verso un’idea, quindi verso noi stessi. Sono più belli, ma non sono veri. E la frutta vera, anche se un po’ ammaccata è più buona di quella finta, anche se a vedersi quella finta è perfetta.
Rimango perciò un convinto fautore dell’estetica dell’amore non corrisposto, perché è oggettivamente più bello da dire, cantare, scrivere, raccontare, e sono contento di aver potuto godere (masochisticamente) di questa condizione, più volte.
Ma ora non è così.
E non riesco più a scrivere.
Blocco. Spaesamento. La sinistra. Posso mica organizzarmi le manifestazioni contro me stesso…maledizione! Dovrei prendermi una vacanza, magari in Sardegna, così da ritrovare la mia vena scriptoria.
Ah già, le vacanze…
Si possono trovare ampi spunti di interesse sulle vacanze, sul blog di Rich .
Sul mio no.
Le vacanze sono andate bene, sì. Gli amici collaudati di sempre, più la Marta, ormai insostituibile sostegno a cui arrampicare e avvolgere i miei stanchi rami di vite (spicciola metafora…la sinistra…ahhh…). Di porto Sant’Elpdio come non citare il giorno in cui la furia degli elementi si è scatenata contro di noi: il mare si porta via spiaggia e ombrelloni, ma soprattutto spiaggia, e Richard che capitombola su rocce viscide, e l’ombrellone ricomprato e incompleto di asta sostenente, perciò utile quanto quelli che stanno ancora navigando per l’Adriatico, che se qualcuno li trovasse, per cortesia ce lo facesse sapere: smarriti ombrelloni, media taglia, colore di mare quando rapisce – telefona ore paste….
E come non citare le varie rubriche, e la Marta che ci intima di fare attenzione, e i pranzi tipici, con erbette tipiche, e cacioricotta tipico, e provolone avvelenato (maledetto), e pasta tipica, e olive tipiche e sgombri tipici (mmmm…) e tipico miele i nocciole tipiche, e la tipica fuga di gas, questioni tipicamente di rispetto eccetera.
Ma potrei risultare noioso in tali lungaggini inutili.
Da lì ancora una settimana in Romagna, con la sua simpatia accogliente, la sua umidità d’agosto, le sue pinete notturne e ancora Marta che mi ha seguito qualche giorno.
Poi a casa, i concerti di ferragosto, sostituendo il tastierista della Jurassic Band, e tra una grigliata all’orto, un film con gli amici, una piadina alla nutella e una torta secca ma sincera, è un attimo che questo inutile post diventi un post di fine estate, un saldo di fine stagione, una stagione di fine soldi, un soldo di stagionato fine. Mmmm formaggio…
Settembre è sempre un mese strano, di passaggio, un mese importante, periodo di decisioni e indecisioni, l’uva si vendemmia, ed è solo un primo passo a che diventi buon vino, ma non ci và niente che è già aceto.
Finisce l’estate, ci si proietta al nuovo anno, e io stamattina ero già cazzeggiante sui gradini di Palazzo Nuovo, dopo aver consegnato una tesina per un esame, la scusa per rimandare questo intervento, quel famoso “altro da scrivere per l’università”.
Chiudere cerchi, aprirne altri, settembre è anche questo.
Farsi bene – ovvero una dolce minivacanza nel Piemonte meridionale
Una minivacanza improvvisata, tra l’Occitania e l’Astigiano, musica e montagna, noccioli e colline, casa tua. Non l’avrei mai fatto, io burbero marinaio di pianura, sognatore di spiagge mediterranee per 11 mesi e mezzo all’anno, io che non è sole se non ti brucia la pelle. Io che quando ero piccolo in montagna ci andavo a camminare, e andavo pure a sciare, e ogni tanto ballavo il liscio, e poi mi sono ritirato in una baita di “ragazzi no, non fa per me”, rapito da un caldo richiamo del sangue meridionale.
Ma tu mi fai bene.
E allora niente è più come prima, e sono disposto a rimettere tutto in gioco, tutto in pista, perfino il mio stesso corpo goffo e imbranato. E trovarmi non so come a Cuneo a ballare danze occitane, insieme a te, e insieme a cento sconosciuti, mentre dietro di noi i Lou Dalfin impazzavano sul palco. Non l’avrei mai fatto. Sì, scusa, sono proprio imbranato, e ho dovuto smettere per manifesta incapacità…però ci ho provato.
E la tua gonna lunga volteggiare, e la tua maglietta nera giocare a rilanciare la luce verde dei tuoi occhi.
Mi fai bene.
Non c’erano i Chieftains, ma un sacco di altri gruppi, vabbè, dai, è stata comunque una serata magnifica, tra le pizzerie che non si trovano e il palco pieno di conoscenti, di quelli che ti salutano, e dici “ma guarda quanti musicisti conosco, vuoi vedere che lo sto diventando pure io?”.
Mi fai bene.
In montagna, il tuo cane che mi guardava adorante, senza abbaiare, a chiedermi due carezze, io che i cani mi imbarazzano. E invece Pseudo è proprio simpatico, e mi voleva già bene.
La passeggiata, vicino al fiume, tu con gli occhiali, che sembri una ragazzina imbranatina, ma mi piaci lo stesso. Insegnarti quattro accordi sulla chitarra, e tu li sai già suonare. Incredibile.
E i tuoi genitori sono simpatici, il concerto per loro davanti alla tavola ancora apparecchiata, e notare che gli assomigli tanto.
Mi fai bene.
E casa tua a Cantarana d’Asti, in campagna, il tuo pianoforte, e dormire nello stesso letto nonostante le zanzare.
Ci facciamo bene.
La grigliata coi miei compagni di università, le risate di vino, la fisarmonica suonata a due mani. Osservarci era sentire qualcosa di più della musica, leggere qualcosa di più dei gesti e degli sguardi.
Poi tornare da te e addormentarci stanchi e sudati, fianco a fianco, in un mondo solo mio e solo tuo.
Farsi bene.
Perdonami questo elenco di infiniti, sono verbi senza tempo, che rimarranno, nonostante la realtà, contro la realtà.
Da un tavolino del Cafè Cuba Libre
Le ultime due pagine dei miei appunti "di viaggio", oppurtunamente sistemate.
Tortoreto Lido,5 agosto ‘06
- Disturbo?
- Assolutamente…anzi…
Così ho passato quattro tardopomeriggi a strimpellare al Cafè Cuba Libre, uno dei bar interni al campeggio dove stavo con la mia famiglia. Tanto la cameriera non la disturbavo…anzi, l’altra mi ha perfino chiesto di cantare per loro, un giorno.
Ma a me piaceva quella timida.
Aria pulita di chi non sa di essere carina, e frasi di circostanza di chi ha voglia di parlare, e sorriso innocente da occhi bassi. Occhi di un colore ancora non decifrato, fra il grigio e il verde, a seconda di quanto sole vi era dentro, grandi, a farsi spazio su un viso scuro d’estate, a volte sorpresi a spiare da dietro i fili neri sfuggiti alla comodità di un elastico.
Così qualche ora spalmata in qualche giorno ho passato lì, al Cafè Cuba Libre, commentando con la chitarra il passaggio dei turisti e i movimenti di lei. Qualche parola per raccontarsi velocemente, mentre spazzava il dehor esterno…il vento, le foglie, io che non andavo in spiaggia per il maltempo, improvvisazione del cielo che ho colto come un dono, recandomi invece al Caffè, solitario a suonare al solito tavolino. Dopo un po’ ritiravo tutto e facevo per alzarmi.
- Beato te che ora vai a casa a mangiare…io sono bloccata in questo posto maledetto. C’è gente che sta un mese chiusa qui dentro senza mai uscire…come si fa? Fuori c’è il mondo!…Scusa ti sto dando una prospettiva diversa…
- No, hai ragione. Beh io sto qui una settimana soltanto…mi riposo, faccio vita da spiaggia…
Avrei voluto spiegarle tutto, ma un po’ mi vergognavo. E allora in mente tutti i miei discorsi sui viaggi, e le mie riserve, le mie abitudini, la mia fantasia, i miei spazi mentali, il mio modo di viaggiare lontano guardando una fetta di mare o un foglio di carta o un tovagliolo o una ragazza sconosciuta che mette a posto i tavoli di un bar che odia scambiando due chiacchiere con un turista un po’ meno qualsiasi, forse per lo strano corredo che si porta appresso. E tanto lei, che vede il mare tutte le mattine aprendo la finestra di casa, come avrebbe potuto capire il mio bisogno inappagato di calmi infiniti salmastri scritto nella mia indole genetica?
Così sono ancora qui, sul tavolino al sole.
Oggi è l’ultimo giorno. La saluterò per sempre con un ciao che vale un addio, e si dimenticherà di me domani, come di tutti i visitatori che nei suoi due mesi di lavoro passano anonimi nel bar.
Sono qui, sul tavolino, con l’ultimo sole che mi prega “non te ne andare, io tutte le mattine ritorno”.
Io domattina parto.
E dico addio a questo angolo di mondo, falso come un bel sogno.
Rivoli, 6 agosto ‘06
Rieccomi a casa. E’ sera e sono avvolto da un sottile velo di malinconia.
Come mi ricordava Boccadoro qualche giorno fa, l’arte nasce forse dalla paura della morte. Io aggiungerei dalla paura di essere dimenticati.
Forse per questo ieri pomeriggio, dopo la preghiera dell’ultimo sole, mi sono spostato all’ombra, al solito tavolino del Cuba Libre, ho suonato due canzoni, ho preso il cd che avevo nello zaino, ho scritto la mia mail e il mio numero, ho posato la chitarra, ho iniziato a ritirare il Millenote, Rimbaud, questi fogli e questa penna.
Come ogni volta quando mi vedeva mettere via le cose, la ragazza è uscita a spazzare il dehor.
- Vai a casa a mangiare?
- E’ un po’ presto, ma fa freddo.
- …Scusa, qui non ho la cognizione del tempo.
[Segue una breve discussione sulla mia performance canora della sera precedente]
- Allora io ti saluto,domani parto.
- Di già?
- ———
- E’ sempre triste quando finiscono le vacanze. E’ una parentesi a sé.
[E pensavo a tutte le persone che ho conosciuto nelle mie estati e che sono state perdute fra le pieghe infinite del mondo]
-………
-……..
[Sorrisi, silenzio, una luce negli occhi di lei che raccoglievano gli ultimi secondi di quel sole che il giorno dopo, al contrario di me, sarebbe tornato. Luce breve, per i pochi istanti che sia durato questo momento di sospensione strana, e che belli i tuoi occhi, Donatella, così mediterranei – tu non puoi capire, che vivi al mare, noi gente di città fredde e fumose che spendiamo soldi per passare pochi giorni nel posto che tu sogni di lasciare un giorno – che belli. Era tempo che non riconoscevo in una donna quello sguardo rivolto a me, pieno di qualcosa che non saprei definire, e non mi importa se mi sono sbagliato di nuovo, tanto nessuno me lo potrà provare. Preferisco rimanere nel dubbio, che è un vizio che non mi toglierò mai.]
- Allora…ciao…io vado, ti saluto…ah, volevo darti una cosa…
[Tiro fuori dallo zaino il cd con le mie canzoni che avevo preparato per lei, anche se non lo sapevo, quando ero ancora qui a casa. Le spiego brevemente di che si tratta, e lei mi ringrazia con sincerità, con l’atteggiamento che avrei desiderato mi rivolgesse la Riccia del Giovedì alla consegna della lettera.]
- Grazie…è un pensiero bellissimo…
- Ne porto sempre uno con me, e ogni tanto lo regalo a qualcuno…a ‘sto giro è toccato a te.
La sera poi sono ripassato ancora, le ho chiesto a che ora avrebbe finito, ma lei quando staccava sarebbe andata subito via, povera, dopo otto ore di lavoro.
Così a mezzanotte l’ho salutata per sempre.
L’ultima immagine che ho raccolto di lei, uscendo dal Caffè, la porterò con me per un pò: sistemava il dehor, col suo fare così discreto che nessuno noterebbe la sua presenza, mentre gettava i rimasugli nel cestino, come i ricordi dei mille volti passati dai quei tavolini. Così l’ho vista per l’ultima volta, esattamente come la prima. Lei metteva a posto i tavoli e io, da ultimo cliente rimasto e pure senza consumazione, le avevo chiesto:
- Disturbo?
- Assolutamente …anzi…
Tornato dal mare (chiusa parentesi)
Comunicazione Disservizio (me ne vado)
Tornato da Perugia…
Sono tornato qualche giorno fa da Perugia.
Io e Marco abbiamo fatto un salto, due giorni, per assistere al clima di UmbriaJazz, grande manifestazione conosciuta a livello internazionale, in cui jazzisti da tutto il mondo si avvicendano su vari palchi, teatri, arene, sparsi per la città di Perugia, durante una decina di giorni di festa.
Già, di festa.
Immaginavo di trovare solo pochi appassionati, il jazz, dopotutto, è considerato musica d’elite…ed è stata una piacevole sorpresa trovarsi invece davanti a tanta gente, soprattutto ragazzi,e tanti stranieri, che si divertono, partecipano, ballano e cantano ai concerti in piazza. Concerti di alto livello, con musicisti bravissimi e neri, che suonavano non solo jazz, ma soprattutto blues, funk, latin, anche canzoni italiane degli anni 50 riarrangiate…insomma, una festa (le foto sono qui, nella sezione all’uopo).
Il tutto sistemato nella stupenda scenografia di una città bellissima, che è Perugia, a sua volta inserita nel paradisiaco paesaggio umbro.
Abbiamo ancora avuto il tempo di passare ad Assisi, che come indica il nome stesso del paese, è una vera e propria Ascesi verso il cielo. Abarbicata su un colle, sospesa in una tranquillità irreale, Assisi mi ha profondamente colpito. E’ davvero tangibile la carezza mistica di San Francesco, al di là che tu sia o no credente, la forza della sua figura non può non toccarti. Così passeggiando tra i vicoli di pietra bianca e rosa, quasi anticamera del Paradiso, si è giunti dinnanzi a uno dei monumenti più emozionanti del Medioevo: la Basilica di San Francesco. Il Tau francescano e la parola Pax sono inscritte nel quieto prato verde che si inginocchia davanti alla facciata bianca, al cui centro un rosone di pizzo marmoreo cattura la tua attenzione di pellegrino e ti richiama all’interno della Basilica.
E dentro… la Storia dell’arte e della filosofia cristiana e della vita di un uomo e degli artisti più importanti del Duecento e del Trecento. La mano di Cimabue, ancora intrisa di Medioevo, lascia il posto alla nuova carezza di Giotto, e l’emozione è grande. Gli affreschi enormi, visti prima solo in piccole foto, sui libri, sembrano parlare, raccontandoti la vita del Santo e restituendoti secoli di Storia, quasi uno sberleffo al passare del tempo. Rinati dallo spaventoso terremoto che alcuni anni fa ha distrutto parte della Basilica, sono tornati a splendere come 700 anni fa, e addosso vi si leggono gli occhi di milioni di persone, pellegrini, viandanti, che nel corso dei secoli hanno appreso la Parola, come da un libro popolare, comprensibile a tutti.
E poi la Basilica inferiore, in cui hanno lasciato il segno Lorenzetti, Simone Martini e altri giotteschi…
E’ stato a Perugia che ho visto la finale dei mondiali, e ho festeggiato con centinaia di persone che non conoscevo. Lontano dai miei amici, e un po’ mi dispiace, e un po’ sono contento. Almeno ho pensato poco a quello che sapevo, e soprattutto non ho visto niente, e non ho dato troppo fastidio.
Mi sono quindi goduto i festeggiamenti in una città lontana, e per questo credo li ricorderò meglio.
E’ stata un’esperienza che rifarei. Sono tornato e mi è sembrato di essere stato via un mese, tanto mi sono stancato, e allo stesso tempo rilassato. E tante sono le cose che sono successe qui durante la mia assenza.
A volte vorrei prendere e sparire per qualche mese, o anni, e poi tornare e vedere chi veramente mi ha cercato, chi mi ha pensato, chi ne ha approfittato, chi se n’è fregato. Di certo avrei sorprese.
Ora sono un po’ rintronato, e non capisco bene cosa fare e cosa pensare. Preso da sensi di rabbia, di colpa, di nostalgia, brevi crisi di pianto poco giustificate, attacchi di solitudine…e un pensiero e immagini fisse che mi si ripetono a loop nella mente, come la testata di Zidane in TV, e ogni volta il dolore penso sia paragonabile, lì in mezzo al petto, che mi spezza le gambe e mi atterra.
Non ho imparato niente.
In tanti anni di delusioni non ho imparato niente, è questo che mi infastidisce.
E mi infastidisce che tutti mi dicono che devo riprendermi, che è normale. Ma io mi sono stufato, devo sempre essere io quello che si fa da parte, quello che si arrende per manifesta inTeriorità, lo sconfitto in partenza. E sentirmi dire che devo godermi la vita, perché sono bravo, laureato e suono…suono cosa? Il liscio, stasera e domani, per 17 ore di lavoro, 100 euro che non mi bastano neanche per comprarmi una cassa-spia, che la devo comprare, perché ci serve. Ci serve a cosa? A suonare, per comprarmi qualcos’altro, per suonare.
Non ho contratti discografici, non suono bene, canto male, non scrivo neanche più canzoni. Per rabbia, non scrivo più canzoni. Devo poi sentirmi dire che sono ridicole, o “carine” (quale commento più idiota può arrivarmi di “carina”?)…quasi nessuno capisce davvero cosa voglio dire, e in che modo. Nessuno le vuole suonare, perché sono “lunghe e noiose”. Ed è vero. Alla maggior parte della gente piacciono le cose brevi, immediate, appariscenti. Io sono brutto, noioso, per capirmi devi frequentarmi, e poi diventare mia amica, e poi devo sentirmi dire che nonostante le affinità tra le corde dell’anima, non risveglio il corpo.
Come le mie canzoni. Devi sederti ascoltarle, e annoiarti. Non hanno la forza del rock, o il tiro del folk, o la potenza del blues, che ti fanno muovere, che ti animano il fisico.
Fanculo, non ne scrivo più. Tanto non servono neanche a far innamorare le ragazze. La mia unica ragazza mi ha lasciato e tre canzoni non l’hanno riconquistata. Il mio amore proibito non si è concessa dopo un intero album dedicato a lei.
Sono inutili. Non mi danno né il pane, né la soddisfazione.
Fanculo, non ne scrivo più.
E piango in macchina, pensando al passato. E vado in giro solo per Rivoli, con un gelato che mi cola addosso la felicità che mi manca, e come un alieno le coppiette mi guardano e si chiedono cosa ci faccia da solo al parco. Mi siedo sulla panchina stregata, come un anno fa, e con nessuna speranza. Ci scrivo sopra ancora qualcosa, che quella volta evidentemente me lo ero sognato.
E penso penso penso. Al mio ruolo in questa società, che è nullo. Alle parole che ho scritto e detto e che sono state ignorate o insultate.
Penso che la soluzione peggiore sarebbe di sparire, non farmi più vedere.
Lo so, è difficile anche per voi.
Ma io sono solo. E’ questa la differenza.
Sono tornato qualche giorno fa da Perugia. Ci fossi rimasto.