S. Valentino (punti di svista)

Vorrei rovinare la festa di tutti i maledetti innamorati corrisposti con un racconto, una storia d’amore infelice, scritta da Vario Pedepos, scrittore greco, pessimo chitarrista, suicidatosi il 14 febbraio del 1996.

 

Punti di vista in una notte di festa

(ovvero anche le chitarre piangono)

 

C’era una volta un ragazzo, anzi un uomo, anzi uno che provava dei sentimenti.

Provava dei sentimenti perché dicevano fosse sensibile, e li provava forte. Quando sentiva qualcosa a livello dell’anima, contagiava anche il corpo, come una malattia, una malattia che a volte fa male a volte no, a volte solo hai voglia di grattarla via dalla pelle con le unghie, perché dà fastidio, e gratti e gratti, e non và via, ti lascia magari dei piccoli ruvidi sorrisi di sangue, e poi ritorna.

Questo uomo, anzi questo vecchio, anzi quel ragazzino piangeva con parsimonia, perché le lacrime sono importanti, piangere per niente è come mettere un vestito elegante per andare a fare la spesa al mercato. Il vestito smette di essere elegante ad usarlo troppo. E le sue lacrime, per il poco che si vedevano, mantenevano sul suo viso una certa eleganza, diciamo, di donna, anzi di ragazza, anzi di uomo.

Capitò che quella sera avrebbe dovuto bere, era la notte di capodanno, e invece aveva bevuto poco. Non gli girava nemmeno la testa, su quel divano. Forse aveva sonno, ma non doveva dormire, perché i suoi occhi stanchi da uomo, anzi da vecchio, avevano ancora voglia di stare su. Occhi di guardiano, a dire la verità, perché invece di guardare controllavano. E questo non si fa. Non si controllano gli amici, per evitare che facciano cose che tu non vuoi, caro amico, anzi, caro ragazzo, non si fa, perché questo peccato è un corollario dell’Invidia, e non si deve essere invidiosi di un amico solo perché è più carino di te e con le donne ci sa fare, mentre tu, caro uomo, sei solo un ragazzino, e le donne non ti guardano, anzi sei solo un vecchio, e le ragazze le puoi solo guardare. Anzi controllare. Amare, come forse non si meriterebbero, o come comunque pochi uomini saprebbero amare, come solo un ragazzo può fare, come solo un’immagine si può amare. Come solo lei e poche altre, ti ricapiterà, amore mio, che non mi tenevi in braccio quella notte, di poter amare così perfettamente. Peccato.

Mentre prendeva la chitarra in braccio per farsi compagnia sapeva già tutto.

La stanza, anzi la pista da ballo, era sempre meno pista da ballo e sempre più stanza semivuota, ché a uno a uno gli altri abbandonavano le danze. Ma non chi avrebbe dovuto.

E fu mentre stringeva forte quella chitarra, che non era la sua, che sgorgarono, pesanti e devastanti come due colate laviche, le lacrime, e gli bruciarono le pendici del viso, e gli incendiarono i boschi di barba e scesero giù, giù, raggiungendo la città dove risiedeva l’ambasciata dei suoi sentimenti, quelli che dicevo prima, e la rasero al suolo. Per la sesta volta, nel giro di un anno, la rasero al suolo.

Non si accorgeva, intanto, questo ragazzo con lacrime da uomo e sguardo da vecchio guardiano, che la sua chitarra, nel frattempo, era lì a guardarlo, la sua, non quella che aveva in braccio e che tentava di suonare senza sentire altro che rumore di pista da ballo vuota, se non fosse che per due figurine nere, che piano piano diventano una, più grossa, più grassa.

La sua chitarra, si diceva, lo guardava, e a suo modo, piangeva.

Non ti aiuterò più a scrivere canzoni, io, che ti amo e che ora sei lì abbracciato a quell’altra, solo perché è più nuova e più bella di me, perchè avrà di sicuro un suono migliore, ma io non concepisco la lotta darwinista, non è possibile che tu la preferisca a me per il suo aspetto…io ti ho accompagnato ovunque –  pensava la chitarra – al mare, in montagna, ho preso umidità e calore per te, e ho speso accordi di settima eccedente per farti stare meglio quando eri in difficoltà, sono stata maltrattata e prestata, ho dormito con te mille notti, ti ho abbracciato quando ne avevi bisogno, ti ho fatto sorridere quando non lo avresti mai fatto, ti ho suggerito le parole che ti mancavano, ti ho ricordato le parole che altri hanno cantato, e ti ho cantato serenate impensabili, serenate sincere, serenate dolci, serenate bellissime, serenate struggenti…-  pensava la chitarra.

Ma lui non la sentiva.

E stringeva a sè l’altra, più forte, mentre quell’informe ombra unta di nero si muoveva ancora sinuosa, oleosa, davanti ai suoi occhi-vulcano da vecchio guardiano, e lo ipnotizzava, mentre alcuni di quei suoi famosi sentimenti si accavallavano e si azzuffavano (qualcuno per semplificare li avrebbe chiamati Rabbia, Dolore, Invidia, Tristezza, Gelosia, storpia nidiata frutto di un maledetto accoppiamento tra Amore e Amicizia). Ipnotizzato, la sua volontà di uomo voleva andarsene, quella di guardiano controllare, quella di vecchio spiare, quella di ragazzo urlare forte.

Urlò, dietro la chitarra, che ormai nel buio aveva preso le sembianze di una coperta per il freddo, di una benda per gli occhi di uomo. Urlò, ma nessuno lo sentì, perché aveva urlato piano.

Smettetela, per favore. Smettetela. Non ce la fa più, non lo vedete? E’ allo stremo, al fondo, verrà schiacciato. Smettetela.

Urlò, piano. Ma nessuno lo sentì. Solo la sua chitarra, che lo amava davvero, almeno lei, e non lo avrebbe mai abbandonato, ma purtroppo il dio dei liutai non le aveva donato la parola, né il gesto, né il passo, solo il canto. E non potè farci niente. Solo piangere.

Come piangono le chitarre?

Silenziose, non lo vedi, ma lo capisci quando le prendi in mano, e provi a suonare, che hanno pianto. Ti guidano loro la mano e ti fanno dire quello che loro non possono, perché il dio dei liutai non ha donato loro la parola, solo il canto. A tutte, anche a quella, che era un po’ stonata e aveva una brutta voce, il canto comunque le era stato donato.

Mentre ormai il vecchio aveva gli occhi sgranati, il bambino voleva tornare a casa, l’uomo sparire per sempre, il guardiano puntare il fucile, il ragazzo menare le mani, giunse nella stanza-da-ballo unta una ragazza sconosciuta, ma con fare gentile.

– vieni con noi? Siamo tutti di là.

No, risposero il vecchio, il guardiano e il ragazzo. Sì, risposero l’uomo e il bambino.

Lui non disse niente, lei sembrava gentile e forse era giusto ascoltarla. Posò la chitarra, che non era sua, e che non era nemmeno più una chitarra, visto che aveva smesso di cantare, di coprire, di suggerire sogni, e proiettava solo ombre. E la seguì.

Mi hanno detto che lui guardò negli occhi, nel tragitto da una stanza all’altra, la seconda parte di quella sostanza oleosa che ballava nella stanza semivuota. Una volta era una donna, anzi una bambina, anzi una ragazza, e valeva la pena di essersene innamorati, anche se non corrisposti come invece accade nei film, valeva la pena per tanti suoi sguardi, caro amico, e per tante tue parole e canzoni scritte con l’aiuto dell’inseparabile chitarra dimenticata, per lei, caro amico, e per alcuni attimi di massima intensità quotidiana, per alcune centinaia di giorni sprecate a pensare, sperare, spiare, per alcuni minuti che meritavano lacrime e per alcune lacrime che meritavano consolazione, caro amico, valeva la pena, per te, che avevi bisogno di averne bisogno, che non sapevi che fartene della serenità, che avresti voluto farle assaggiare una fetta di questo amore sferico che non sapeva che farsene della logicità, e per l’amore stesso, caro amico, che era perfetto nella sua incompiutezza, come un marmoreo aborto michelangiolesco, che era geniale nella sua normalità, nel suo farsi occhi e parole di tutti i giorni, e che morirà prima di venire al mondo, perché questo mondo, caro amico, non fa per lui. Valeva la pena e forse ne valeva ancora.

A tutto questo pensò, e guardandola negli occhi non disse niente. Ma probabilmente mi hanno riferito male, perché uno sguardo di quella portata vesuviana non passa inosservato.

Di là, come aveva detto la ragazza gentile, c’erano tutti. Ma il ragazzo, anzi l’uomo, provava sentimenti, e quindi non vedeva nessuno, perché in quel posto in realtà lui non c’era. Stava viaggiando, lontano, nel tempo, a quando valeva la pena, caro amico, di amare senza pretendere nulla, ma sperando l’universo, e rischiando la vita.

Gli arrivavano parole confuse da una che un tempo lo aveva guardato, amato, cambiato, lasciato, ed erano parole belle, diceva che lui era un uomo forte, che provava sentimenti veri e riusciva ad esprimerli, e questo faceva di lui qualcosa di poco comune.

Magari fosse tutto vero.

Poi gli arrivarono delle gocce sul viso che lo svegliarono, lacrime di una fanciulla, anzi una donna, anzi una bambina, anzi una che provava sentimenti. Lui solo poteva capire, perché erano gli stessi, quasi gli stessi, anzi quasi diversi. Provava sentimenti, lei,  per la prima parte di quel ballerino nero e strisciante che si aggirava ancora, non so bene in che forma, nella stanza, che non era non era più da ballo.

E lei piangeva. Lui no, le lacrime non le sprecava. E per quella sera aveva già dato.

Quando uscì dalla casa, che era la casa della ragazza gentile, non ci pensò: la chitarra sua, rischiava di rimanere lì, lei, che era l’unica che lo aveva amato.

Il loro amico d’altro canto non poteva fare altro che portarli via di lì, quei due che provavano sentimenti, perché erano allo stremo, e lui che era un amico doveva averlo capito, mentre pensava a come risolvere la stanza, a come dissolvere la danza, lui, che pensava, e che in quel momento trovò il segreto di provare sentimenti. Sentimenti di compassione e di amore verso chi tanto ne aveva versato e poco avuto in cambio. Errori di trasfusione, direbbe qualcuno per semplificare. E di certo il ragazzo con la  faccia da vecchio e il cuore da bambino era allo stremo.

Provare sentimenti è faticoso, in certi momenti. E certi momenti a volte durano mesi, a volte anni.

Quell’anno era iniziato a fatica, ed era finito peggio.

Non era più buio nella stanza quando uscivano, e la chitarra avrebbe voluto chiamarlo. Lui sentì, la trovò, la suonò. Pochi secondi gli bastarono. Aveva pianto, si sentiva.

-Auguri-, ripeteva qualcuno salutando con sorrisi disegnati, fra il non è successo niente e il non ho capito bene.

Qualcuno preferì non salutare.

La chitarra ora era triste, perché l’amore della sua vita era sfinito, distrutto, lacerato da una lotta interiore e da una esteriore, ma quella tristezza, come al solito, sarebbe stato il prezzo per la salvezza del ragazzo, amore suo, che invecchiava a vista d’occhio, come un uomo. Lacrime utili, almeno le sue, di chitarra silenziosa.

Non ci lasceremo mai, amore mio; vivo il mio sacrificio come un sorriso di mani, creando le trame dei tappeti armonici per la tua poesia salvifica, ed è una gioia per me, che sono stonata, e che il dio dei liutai mi ha vomitato tra le più brutte, poter essere ancora tra le tue braccia, che grazie a me diventano forti. Alla pari, io e te.

Abbracciami, amore mio, e scriviamo, se lo vorrai.

Cantiamo, altrimenti, soltanto.

Chiudi gli occhi.

Pensava la chitarra, mentre il ragazzo non ricambiava, e la dimenticava nel bagagliaio dell’auto dell’amico che aveva provato a provare sentimenti, rinnegandola ancora una volta.

L’inverno, la notte, il freddo, il buio, intrappolata nel silenzio, chiamava la mano che le dava vita ogni volta che l’accarezzava.

Tornerai, amore mio, perché hai bisogno di me.

Ho bisogno di te, pensava l’uomo con gli occhi fieri di chi non vuole aver bisogno, ho bisogno di te, pensava il vecchio, con gli occhi stanchi, ho bisogno di te, pensava il guardiano col fucile a salve.

Ti amo, pensava il ragazzo, con le orecchie di chi sa cosa vuol dire, perché non posso più fare a meno di chi vive per me.

Perdonalo, dio dei liutai.

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