Oggi (Il bordone, doppi ricci, Addio Istituto, suonerò bene e altre futilità)

Oggi. (Ce la farò?)

Oggi quel bordone, che l’infinita ghironda di malinconia sottoponeva da tempo alle melodie generiche della mia anima inquieta, si è chetato per qualche ora.

Era lì.

Suonava, basso, continuo. Da mesi. Poi è abitudine, e non te ne accorgi più. Tranne che quando tutto il resto è zitto. Quando tutto il resto è zitto, e mi rendo conto di aver già scritto questa frase, ma per chi ancora non l’avesse capito amo ripetere le cose, soprattutto se sono inutili, e amo ricamarci sopra altri merletti di parole, altrettanto inutili, o che magari, a ben vedere ricavano la loro utilità, la loro ragion d’essere proprio dal fatto stesso di non averne una concreta, e amo infine perdere il filo del discorso, tra le righe affamate di questo foglio che foglio non è più da anni, ma un’inanimata sequenza di bit bit bit bit bit bit bit…e a proposito di beat, pensate che bello sarebbe un batterista per i be-folk, che sarebbero un pò più be e meno folk, ma magari più appetibili alle orecchie dei giovani, quando tutto questo è zitto, e per fortuna ora non lo è, allora il bordone lo senti eccome. Ti buca la testa.

Oggi.

Non so come, per qualche ora quel bicordo a intervallo di quinta (sì, con la B, non è un orrore di stanca), che non si capirà mai se è maggiore o minore, ma io l’ho sempre sentito minore, non s’è udito.

Dov’è? Cos’è successo? Manca qualcosa. Le note acute cinguettano libere, manca qualcosa…ecco! Manca il bordone di malinconia!

E adesso come faccio.

Torino, Palazzo delleFacoltà umanistiche.

Quanta gente. Quante belle ragazze…madonna…vedo passeggiare gli ormoni in via Po’…guarda come saltellano!

Sesto piano, davanti all’ufficio del Prof. Franco Prono (quello che se cerchi informazioni su internet, Google ti chiede “forse stavi cercando Franco Porno?”)

La vedo arrivare che si siede davanti a me, come ogni giovedì.

Il corridoio è stretto, al sesto piano di Palazzo Nuovo. E’ stretto anche al secondo e al quarto, e anche al quinto, e ugualmente stretto al terzo. Al primo no. Ma al sesto sembra più stretto di tutti gli altri. Forse sarà l’influenza del Dipartimento DAMS, ma ogni volta che entro nel corridoio del sesto piano mi immagino di trovarci Stanley Kubrik su un triciclo rosso che fa avanti e indietro. Impossibile, chiaramente. Non tanto perché Kubrik è morto quanto per il fatto che una logica di memoria cinematografica non ti lascerebbe altra scelta che avercelo sempre davanti, questo triciclo, e tu puoi solo seguirlo, ad un altezza di trenta centimetri, e andando più lentamente di lui. Ora, questo è impossibile, in quanto se io sto seguendo il triciclo, tu che cammini in direzione opposta alla mia, il triciclo devi vedertelo arrivare incontro. Non si può. Ragionando per assurdo, l’evento è impossibile che si verifichi, che poi non ho mai capito quanto il ragionamento per assurdo abbia di matematico e quanto di filosofico. Ma in fin dei conti il Liceo scientifico mi ha insegnato questo: che esistono la matematica nella filosofia e la filosofia della matematica.

Dicevo.

Le bambine dilaniate dall’accetta erano proprio…ma che cazzo dico!

La vedo arrivare che si siede davanti a me, come ogni giovedì tristemente privo di triciclo, ma con lo zaino zeppo di soddisfazione e di parole utili alla mia laurea in avvicinamento, e a tutti quelli che un giorno vorranno leggere del ruolo della musica per la costruzione di un cinema popolare italiano negli anni ’50.

Davanti a me.

Il fatto che i suoi capelli siano ricci e castani non vuol dire quasi niente.

Gli occhiali li porta con eleganza. E gli occhiali portati con eleganza mi hanno sempre attirato, forse per un problema di solidarietà verso chi si trova nelle mie stesse condizioni oculistiche.

Giovedì scorso le ho strappato il nome.

Il giovedì precedente due saluti e qualche parola.

Il giovedì ancora prima un saluto.

Di questa sconosciuta con gli occhiali mi piace la timidezza.

Il verbo strappare è usato dall’autore come metafora della difficoltà di estrapolare concetti dal cavo orale della protagonista. Come erbaccia. Sei perfetta da zitta. Perché devo per forza farti parlare? Io, poi, che fino a qualche tempo fa non avevo il coraggio di guardare una donna negli occhi…come faccio a farti parlare?? Perché voglio sentirle la voce.

La voce è importante.

La voce è il suono della nostra anima. La voce è lo strumento musicale che la Natura ha donato all’uomo per cantare, ragionare, scambiare. Come un’ottima autoradio di serie, che nessuno ce la può rubare.

Voglio sentirla parlare.

Ce l’ha anche lei la voce.

E’ timida, sottile come un filo di seta.

Sorride. Quando sorride gli occhi si rimpiccioliscono e ne rimangono due vicoli neri tra le strade del viso, e i denti si scoprono “ci siamo anche noi”, e non credo abbia delle lentiggini. Ma le starebbero bene. Forse le ha.

Oggi ho fatto poca coda dal professore.

Non avrei preso il bus se non avessi notato che alla fermata una roba marrone poteva ricordare da lontano dei capelli ricci castani, non importa di chi.

Era ancora lei. Non si è accorta di me finchè non l’ho salutata di nuovo.

Mah…và a Porta Susa? Ok, lo prendo anch’io. Se mi avesse risposto che non ci andava? L’avrei preso lo stesso? Non credo. Ma lascio aperta la questione.

Non parlavo con una ragazza sconosciuta da un po’.E’ sempre bello.

La tesi, la stazione di Riso Amaro, dove abiti, sei l’unico che usa la metropolitana, e altre futilità.

Ciao, ci vediamo giovedì.

La metropolitana. Incontro Cristina. Ale vuole parlare della crisi dei Be-Folk. Domenica. Domani suoniamo. Sì. E suonerò bene.

L’Istituto musicale oggi era poco Istituto e molto musicale.

Ciao Andrea. Ciao Carlo. Ciao Fabrizio.

Ho finito anche il mio tirocinio. Mi ero affezionato all’ambiente, dopo sei mesi.

La malinconia che ho provato nel salutare tutti, dicendo che andrò a trovarli, e sapendo che probabilmente non lo farò più una volta, era piacevole. Sì. Carlo è simpatico, e si rideva. Ho provato soddisfazione (finalmente) quando ha affermato che io e Fabrizio siamo stati gli stagisti più disponibili, più interessati, più utili (forse non l’ha detto, ma l’ha sicuramente pensato).

Fabrizio domani viene a sentirci al concerto. E domani suonerò bene.

Nell’altra stanza un giovane pianoforte arrancava una salita di note. Ho capito che era “una domenica bestiale” di Concato. Non è per niente facile, sai? Accordi dissonanti…ma io la saprei suonare, domani, pure senza averla mai fatta.

Oggi.

Oggi il bordone si è calmato un attimo.

Posso passare sei minuti da te a salutarti?

Lei è sempre lei. Non c’è niente, ora, che la sostituisca. Capelli ricci castani (anzi, più che ricci, boccolosi, cioccolatinogeni). Non la vedevo da un mese. Il telefono tradisce l’espressione e i miei sfoghi non sono facili da digerire. Dal vivo sono più io. E io oggi avevo la giacca, e la giacca mi fa serio, e la serietà fa da contrappunto alla mia faccia, e il contrappunto crea asincronismo e l’asincronismo, quando non fa ridere, è geniale. Io faccio ridere.

E lei mi guardava la giacca, come se le piacesse guardarmi. La giacca.

E poi oggi era oggi. E il bordone non disturbava la comunicazione. Così eravamo distesi. Niente di quell’indisponenza che esibisco su Messenger.

Un tramonto verde di occhi, pieni di sole, ma il sole non c’era, se non sbaglio. Non importa, la mia memoria ha messo il sole in sceneggiatura, e io lo metto in scena. Perché devo essere fedele alla realtà? Meno padroni ho, meglio è.

La vecchia maglia dell’Archimede. Quanti ricordi, eh? Non smetti di metterla neanche adesso, anche se la partita di pallavolo la giochi con un’altra squadra. E tu che fai oggi, palleggi? Non puoi! Tu non sei alzatrice! Noi persone normali non possiamo preparare un bel concerto in tre prove. Ma tu sei l’eccezione.

A volte non mi sembra così bella come la vedo io.

Eppure sono io a vederla.

E allora a volte non sono io a vederla.

Domani suona bene, mi raccomando.

Domani suonerò bene, te lo prometto. Vorrei fare anche dei brani tuoi, cioè, nuovi. Li farò, spero di averne il tempo. Ho voglia di farli.

Oggi il bordone è zitto, tocca a me.

La scaletta, la faccio stasera.

Vado a fare la scaletta.

Oggi tocca a me.

 

Invece di fare la scaletta ho riletto tutto questo rigurgito di attimi, prima che riparta il bordone.

Ho aggiunto molto e tolto poco.

Troppo lungo.

Nessuno arriverà a leggere fin qui.

Non fa niente.

Prima che riparta il bordone…presto…dai, posso farcela!!

 

Oggi…(sì, ci riesco)

è stata….

 

Una

(non ce la farò mai)

….

(dai)

 

Bella

 (ci siamo quasi)

 

….

giornata?!

 

(Sìììì…)

 

Ce l’ho fatta.

 

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

 

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8 thoughts on “Oggi (Il bordone, doppi ricci, Addio Istituto, suonerò bene e altre futilità)

  1. Richard_SBK83 ha detto:

    A tutte le donne che leggono il blog di Dario: quest’uomo ha bisogno di una ragazza altrimenti diventa pazzo. Siete ancora in tempo per salvarlo, io lo conosco bene: è un bravo ragazzo saprebbe dare molto ad una donna.

  2. Una voce ha detto:

    E invece sono arrivata alla fine…
     
    Anche perché ad un certo punto mi sono sentita chiamata in causa… unavoce… unavoce…
     
    Eccomi!
     
    Grazie per essere passato a trovarmi e grazie per questo bellissimo racconto: se scrivi professionalmente, bravo; se non lo fai, fai male, perché hai dei numeri!
     
    Che bello il tuo racconto… c’ero anche io in corridoio ad aspettare il tuo prof ad un certo punto… sono tornata in corridoio (c’è sempre un corridoio in cui fare la fila per un aspirante dottore…) ad aspettare il mio prof…
     
    Buona giornata Dario e… torna a trovarmi!

  3. UomoPerfetto ha detto:

    Probabilmente saprebbe dare anche troppo ad una donna, è una persona stupenda, dovrebbe solo convincersene invece di smontarsi pezzo per pezzo ogni giorno…
     
    il talento lo ha il ragazzo, le parole scritte gli vengono proprio bene, in qualunque ambito le inserisca; è bravo, maledettamente bravo…

  4. Miriam ha detto:

    in bocca al lupo per oggi..spero che la buona disposizione tenga abbastanza fino al pomeriggio!
    ^__^

  5. Dario ha detto:

    IN effetti sono proprio bravo…ma che cacchio mi fate dire! Io sono qui per smontarmi la testa, non per montarmela!
    A Una Voce: grazie, non scrivo di professione, anche se sarebbe il mio sogno…le canzoni le faccio per me, per lei (generica e variabile, spero), e per chi le vuole ascoltare. La tesi la scrivo per la laurea e perchè in fondo mi piace la saggistica, il blog per chi lo legge, le lettere per chi non mi risponde.
    Grazie, mi ha fatto piacere essere letto da te, che sei brava davvero, a scrivere.

  6. Unknown ha detto:

    Scusi… il Professor Franco Porn… ehm… Prono?
    Assolutamente geniale…

  7. Una voce ha detto:

    Io ci lavoro con le parole, non conta!
     
    Grazie per quello che hai scritto da me: non sarò al concerto tuo e di Barko, ma sarà come se ci fossi.
     
    Buon pomeriggio e a presto!

  8. Il Signor G ha detto:

    ..ma cacchio mi èsfuggito questo interveto qche probabilmente, è quello scritto meglio..davvero..mi piace molto la parte introduttiva.. cmq sono arrivato in fondo..

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