Sogni ammonitori, lauree grevi, cantaprofessori

Stanotte ho sognato di nuovo Roberto Vecchioni.

Io andavo verso l’università, con lo zaino e dentro lo zaino 6 piccole rose rosa che avevo comperato poco prima, indeciso a chi darle e perché.

La prima parte del sogno era ambientata nel mio garage, e Marco che mi parlava del gruppo che non andava, che stasera tra l’altro suoniamo alla festa dell’Unità, e lui faceva progetti per il futuro, dobbiamo diventare bravi, e fuori dal garage era sole e aridità, e sembrava in atto una simulazione di guerra, e verosimilmente noi eravamo appostati.

Poi, per chissà quale avvenimento dimenticato, mi trovai appunto a comprare dei fiori, perché costavano eccezionalmente poco, e poi davanti all’università. Potevo darli a una ragazza, forse alla Riccia del Giovedì, ma non l’avrei mai incontrata. Allora volevo lasciarli davanti all’entrata, per chi li volesse. Forse erano proprio per il Prof. Vecchioni, per ringraziarlo di qualcosa, dei consigli che avevo rubato al suo corso che seguii tre anni fa, o magari per i commenti alle mie canzoni che mi fece l’altra notte in un altro sogno, invitato a cena da mia nonna, in compagnia di Francesco Guccini.

Quella volta chiesi al professore se aveva sentito le mie canzoni, che gli passai (davvero) qualche mese fa prima di un concerto a Torino. E lui mi disse di sì, e che non gli erano piaciute molto, cioè non erano male ma bisognava lavorarci. E me ne parlò diffusamente mostrandomi i suoi appunti (disegni), e io non capivo, perché mi parlava di versi che non ho mai scritto, e provavo a spiegargli che non erano mie quelle canzoni che lui criticava, e che doveva essersi confuso…ma lui non mi ascoltava e mi parlava di metafore troppo ardite, di figure retoriche (come per altro solo lui sa fare) o contenuti troppo ingenui, infantili, citandomi pezzi che io non conoscevo. Ma sì, che è il tuo cd, questo, mi ripeteva…

E poi chiedevo a Guccini se potevo chiamare professore anche lui, e lui disse di no, che non aveva terminato l’università…ma aveva una laurea honoris causa, di cui sembrava andare fiero.

Due giorni dopo questo sogno mi sono laureato anch’io.

109 e lode, mi piace dire, perché il presidente avrebbe voluto darmi 110, ma il regolamento non prevedeva eccezioni sul massimo di 4 punti che la mia tesi, particolarmente gradita, pare, avrebbe potuto aggiungere alla mia media di 105.

Complimenti, un lavoro analitico intelligente, quasi un modello per questo tipo di analisi (critica sulle colonne sonore), un possibile spunto per uno studio più approfondito su questo argomento, che il candidato ha scelto e sviluppato autonomamente.

Ero contento.

Poi la sera la partita dell’Italia, semifinale contro la Germania, e disastro della mia vecchia situazione interiore, da tempo stabile su un’equalizzazione piatta.

Colpa di qualcosa o qualcuno, di intese evidenti, malcelate indifferenze nei miei confronti, insensibilità sorridenti, presunte felicità a mie spese, bellezze oltraggiose, impudicizie taglienti, sguardi provocatori della mia malinconia e “tanti auguri dottore solitario”, strane concezioni di centro dell’attenzione ecc…insomma una giornata unica, laurea e vittoria storica della nazionale di calcio, rotolata in rovina per miei antichi complessi tornati in voga, e conclusa fra un’autoradio che si accendeva da sola a consolarmi e una chitarra sfinita – unico essere di sesso femminile che riesco ad abbracciare senza doverlo temere -, mentre il resto della compagnia giocava a calcio per festeggiare.

Tutta la storia della Riccia era rimasta chiusa e buttata via in una busta di carta, e si era perciò riaperta una ferita in verità mai cicatrizzata, nonostante i vari interventi, trasfusioni d’inchiostro, consulenze psichiatriche, qualche coma farmaco-illogico…ogni tanto ho delle ricadute.

Ripristinavo così il tipico comportamento idiota. Idiota, sì, letteralmente chi non conosce la lingua, quindi chi non capisce bene, e chi non è capito.

Vecchioni, sì, lui mi capirebbe.

Così stanotte l’ho sognato ancora, come dicevo, con le 6 rose nello zaino.

A chi le do? Intanto vedo avvicinarsi il Professore cantautore, dal corridoio verso l’ingresso dove io sostavo indeciso. Non potevo lasciarle lì come pensavo di fare, mi avrebbe visto…e non le avrei nemmeno date a lui perché non mi ero preparato nessun foglio scritto per accompagnarle. Così le nascosi.

Lui mi saluta, mi sorride, mi riconosce, come se si ricordasse di avermi avuto da allievo tanto tempo fa…o come se si ricordasse di avermi incontrato in sogno l’altra notte. Si siede su una panchina a leggere (chissà cosa…). E accanto mi fermo anch’io. Mentre fingevo di studiare pensavo a che domande fargli…volevo chiedere ancora qualcosa sulle mie canzoni, no, troppo egocentrico…volevo raccontargli della Riccia, lui avrebbe capito, e avrebbe approvato il mio gesto della lettera, e volevo chiedergli cosa fare delle rose che avevo nascosto sotto il tavolo che nel frattempo si era posizionato fra noi.

Intanto arrivavano amici, Richard, Miriam, Stefano, Giulia, Baffo e tanti altri e la tavolata era sempre più grande. E il professore leggeva, noncurante del resto.

Io allora chiesi al fido Richard a chi dare quelle rose, e lui mi suggeriva saggiamente: una per ogni ragazza seduta qui.

Io contai, avevo sei rose e le ragazze erano molte di più.

Non volevo fare nè scelte, né ingiustizie.

Così le tenni nascoste sotto il tavolo.

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One thought on “Sogni ammonitori, lauree grevi, cantaprofessori

  1. Federico ha detto:

    Complimenti per la laurea. Mi spiace di non essere venuto al concerto (grazie per avermi avvertito) ma avevo organizzato già una cosa, un’altro motivo è che non mi sarei sentito al 100% a mio agio alla festa dell’unità. Io ho un orientamento politico diverso, e devo dire che negli ultimi anni ho notato una certa insofferenza, direi anche disprezzo da parte dei sostenitori della sinistra & affini, speriamo che il clima cambi…

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