Torino città aperta – ovvero TFF e due sogni cinematografici

Apprezzo tuttavia i tentativi di ricomporre il gruppo dei Poeti Sconfitti.

Ieri è iniziato il Torino Film Festival.

E’ il terzo anno che vi partecipo con fervore, è una manifestazione che ci piace, non mondana come le feste del cinema di Venezia o di Roma, con spazio per gli emergenti, retrospettive interessanti e l’atmosfera è tipicamente torinese, tranquilla.

Una volta odiavo Torino, non mi piaceva andarci, si sta così bene qui in provincia. Ultimamente sto apprezzando l’aria di Torino, del centro, intendo, che in certi angoli pare una cittadina di montagna (mi capitava di passare l’altro giorno per via Monte di Pietà, bellissima), in altri una grande città d’arte, in altri ancora sembra un film.

Torino cinematografica.

L’altra sera ho visto Dario Argento, che sta girando il suo ennesimo film nella nostra città. Sono andato al Circolo dei lettori, sapendo che sarebbe stato premiato con sua figlia e Marco Tullio Giordana. Presiedeva il mio professore, nonché presidente della Film Commission Piemonte, Steeve Della Casa.

Sarà perché la mia psiche è fortemente provata dalla grande quantità di film che guardo e dalle relative elucubrazioni mentali che inevitabilmente mi vedo costretto a farci su, fatto sta che l’altra notte ho fatto un sogno. Uno dei miei.

Cinema come fabbrica dei sogni, si diceva di Hollywood negli anni d’oro.

Appunto.

 

Il sogno è diviso in due parti distinte, legate dal fatto che io ero un regista e stavo girando due film.

 

  1. Sardinian horror

Mi trovo a dover girare un film nel villaggio turistico dove sono andato quest’anno, che per la cronaca non era in Sardegna, ma in Abruzzo (ma questi sono particolari, d’altronde anche Argento gira i suoi film a Torino e li ambienta a Roma). Ricordo che giravo una scena di omicidio efferato con un coltello, e la mano dell’assassino era la mia, proprio come fa Dario Argento.

Beh, ho detto, intanto che sono qui, vado a trovare Donatella (vi ricordate la cameriera distratta?).

Ma Donatella non c’era più. Ovviamente.

 

  1. Riso Amaro II – La vendetta del Gattopardo

Si tratta di un giallo post-neorealista shakespeariano con influenze thriller anni ’80.

Io ero contemporaneamente regista, attore, personaggio, e spettatore del film.

Andiamo con ordine.

Guardavo la TV in cucina, come spesso accade, con mia madre che lava i piatti.

Davano Riso Amaro, melodramma americaneggiante sulle mondine piemontesi, film che conosco benissimo, essendo largamente presente nella mia tesi di laurea dal sontuoso titolo "Il ruolo della musica per costruzione di un cinema popolare italiano negli anni ’50".

Eppure c’era qualcosa di strano. La protagonista non era Silvana Mangano ma Lucia Bosè, e alcune scene, che io assolutamente non ricordavo, erano a colori, mentre il film di De Santis, del ’49, è rigorosamente in bianco e nero. Ma mia madre mi assicurava che fosse Riso Amaro, e io pensavo probabilmente a una nuova versione Redux con scene tagliate…

Mi trovo catapultato all’interno del film, ma non esattamente…ne ero il regista. Stavo dicendo agli attori come morire. Sì, era una scena tipo finale di Amleto, muoiono tutti, ed eravamo nel mio giardino. Gli attori erano in bianco e nero. Io no. Spiegavo a tizio dove cadere, a caio come morire, e al vecchio come sparare. Lui avrebbe ucciso tutti e poi si sarebbe tolto la vita.

Chiaro.

Girata la scena entro in casa mia. E mi trovo all’interno della cosiddetta diegesi del film…cioè, ero diventato un personaggio della finzione del film che stavo girando…facendola corta, mi sono fatto Lucia Bosè sul mio divano (non so se ricordate com’era negli anni ’50…la Bosè, non il mio divano…). Ma prima ricordo che avevo avuto delle riserve, ne abbiamo parlato…forse perché non ero pronto ad una relazione con una donna in bianco e nero, forse perché iniziavo ad avere crisi di appartenenza verso i vari livelli narrativi. Forse perché il Principe di Salina, interpretato da Burt Lancaster…sì, insomma, il Gattopardo di Visconti….ci spiava…e poi ha accusato la Bosè di essere lei la fautrice della stage di cui sopra…e io hai voglia a spiegare che non era vero, perché il regista ero io e la strage l’avevo ideata io e quindi lo sapevo bene che lei non c’entrava, e che era stato il nonno…niente da fare…il Principe non ci credeva…

E intanto io guardavo tutta questa vicenda nella TV della mia cucina…altro che sogno a matrioska…

 

Il giorno dopo, ovvero ieri, mi sono recato al Film Festival. Entrato negli uffici della RAI per ritirare l’accredito (il pass che mi fa entrare ovunque), si verifica la solita maledetta gag.

         Dimmi il tuo nome

         Mimmo, Mimmo Dario

         Ah, sì, mi ricordo, ora lo cerco…

        

        

        

         ..

         Aspetta…

        

         Ma è un accredito professional?

         Penso di sì…

        

        

Dopo aver chiamato ad aiutarla due colleghe, finalmente il pass si trova.

         Ah ah ah…l’avevano messo sotto Dario invece che sotto Mimmo…

         Ah ah ah, non preoccuparti…mi succede sempre…

 

Appoggiato al muro del cinema Massimo, leggendo Tristano muore di Tabucchi (che consiglio a tutti), la sera calava limpida sugli edifici bianchi, l’illuminazione cinematografica del centro sostituiva il sole, e io mi sono sentito davvero nel set di un film, sì, avete visto Dopo Mezzanotte di Davide Ferrario, ambientato nella Mole antonelliana? Così.

Intanto chiacchieravo con una giornalista, e si formava la coda per il film d’inaugurazione: Flags of our fathers, l’ultimo di Clint Eastwood. Mi sentivo parte di qualcosa, Torino è una città vera, viva, succede qualcosa, anche se siamo così lontani da tutto, non più Mediterraneo e non ancora Europa. Questo stare sospesi tra la pianura e la montagna, tra i sontuosi palazzi del centro e il degrado della periferia, tra i Savoia e centri sociali, tra i vecchi piemontesi e i meridionali integrati che parlano ancora in dialetto, le ultime immigrazioni dall’Est e dall’Africa, fa di torino una città culturalmente ricca: tutto e il contrario di tutto convivono, si scontrano, si scambiano, si fondono.

Io e Daniele siamo stati gli ultimi che hanno fatto entrare in sala…il Massimo è piccolo…e c’era troppa gente con invito…saranno rimaste fuori 300 persone…e ci avranno odiato tantissimo.

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6 thoughts on “Torino città aperta – ovvero TFF e due sogni cinematografici

  1. Sara ha detto:

    mai pensato di scriveren libro incui raccogli tutti i tuoi sogni migliori??secondo me tra questo e quello del pavone venderesti un sacco!!!

  2. Dario ha detto:

    Santo cielo quanti commenti.
    L’altra sera ho visto Masters of Horror 2, gli episodi di Dario Argento e John Landis. Essendo i due registi presenti in sala, finalmente ho trovato sensato applaudire i film…non come si fa di solito, al cinema…ma che, voi applaudite i cd dopo che li ascoltate?

  3. Dario ha detto:

    Forum Archimede Volley. Oggi inizia il campionato e siamo messi male. Prendi una posizione concreta, chiara, pulita. Poi apri la fiestra così prende aria.

  4. Dario ha detto:

    La prima partita di campionato dell’Archimede Volley l’abbiamo vinta 3 a 1. Il resoconto lo trovate sul blog dell’uomoperfetto.

  5. Laura ha detto:

    Ho visto il tuo sito in costruzione…Io direi che è promettente…Comunque come nome per il gruppo,a mio modesto avviso Be-Folk è il più bello…Sarà il mio gusto per il "bucolico"a farmi parlare,ma ha quel certo non so che…

  6. Dario ha detto:

    Cara Laura, ti ringrazio di cuore per aver dato la tua opinione sul nome del gruppo…purtroppo Be-folk, il primo nome, l’avevamo eliminato perchè dovevamo rinascere da una crisi, e perchè non eravamo gli unici ad averlo…il problema principale, però, ora, è che questo gruppo…sta…come dire…male. Malissimo. Non siamo alla frutta. Siamo al caffè. Ora mi dedico al video. Poi devo trovare nuove idee e vedere cosa fare delle macerie dei Be-Folk\Poeti Sconfitti.
    Ciao.

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