Pomeriggi danzanti in parrocchia – ovvero il Liscio come condizione di vita

Io e Giovanni imbarazzati. E la gente non ballava.
Si diceva, tanto domenica sono tutti anziani, ce la caviamo con un sacco di liscio e con i lenti, e invece no, la serpe tamarra del ballo latino si è insidiata anche fra gli irriducibili ballerini settantenni, che vogliono la salsa pure loro, maledetti, ma lo volete capire o no che io sono un fisarmonicista, non un Ricky Martin dei poveri, c’avete un’età, lasciate stare ‘sti balli da ragazzini che hanno perso tutta la loro carica originaria di solarità cubana etno-latin-jazz appiattendosi alla globalizzazione commericiale della danza in becero prodotto da esportazione per truzzi semievoluti.
Io e Giovanni imbarazzati, senza la cantante il latino non si fa.
Ci proviamo.
Risultato pessimo.
Oltretutto il vecchio veneto (per la serie "Rivoli provincia distaccata di Rovigo") che ci aveva esplicitamente richiesto “Dai Zani, basta co’ sti valser, fa’ qualcosa de zovane per noialtri, ciò…quel balo là, come se ciama, basada, bacata, quea roba là, dai…”, ecco, lui quando noi ci siamo buttati in questa patetica impresa ha pensato bene di andare al cesso…
Ma và bene lo stesso. “Quel ragasso là, xe bono a sonar ‘a fisarmonega” ha aggiunto alla fine. E ha anche fatto osservazioni perspicaci sul fatto che per i musicisti è deprimente suonare con la pista vuota, “mi penso che xe ‘na rottura de bale, vero Barbetta?”, mi apostrofava in conclusione.
E c’ha ragione.
A chi ancora mi chiede perché suono il liscio ogni tanto, rispondo che metto in tasca qualche soldino che poi mi serve per pagare parte delle spese di manutenzione degli strumenti…e dio sa quanto costino, anzi proprio domenica mentre suonavo mi si è bloccata la Roland, e ora sono nei casini (che poi, tra tutti i momenti, proprio quando mi esibisco in pubblico?). Ma in fondo suono anche perché mi diverte.
Ho sempre avuto nei confronti del liscio, come genere musicale, un affetto da nipote a nonno, più o meno. Perché da ragazzino, col liscio, ho imparato a suonare.
Certo, oggi è una roba da vecchi. E’un genere musicale stereotipato, fatto di forme rigide e assolutamente superate. E’ vero. Però io devo allo studio di queste forme quasi tutto quello che so in ambito di armonia e di tecnica strumentale. L’ho usato anni fa come base dei miei esercizi, come i musicisti veri studiano Il clavicembalo ben temperato di Bach.
Non voglio mischiare Sacro e profano, per carità, però in fondo è questo il mio atteggiamento verso la musica, un approccio assolutamente istintivo, atavico. Vabbè, bifolco.
Ho sempre trovato affascinante la storialeggenda di Carlo “Zaclèn” Brighi, violinista di origini contadine che a fine Ottocento girava in orchestra i palazzi nobili e i salotti altoborghesi mitteleuropei, suonando valzer e polke, e che un giorno decise che il diritto di ballare e divertirsi doveva essere di tutti. Così mollò le orchestre, se ne tornò al suo paese in Romagna, mise su un piccolo gruppetto di musici con gli strumenti che si avevano (clarinetto in do su tutti), e inventò quello che ora chiamiamo impropriamente “liscio”. Cioè la reinterpretazione in chiave assolutamente italiana di quelle composizioni da salotto, mescolate con gli echi della musica popolare bassopadana e ingrezzite dalle rozze esecuzioni contadine nei cortili impolverati.
E così la gente comune iniziava a riempire le aie per ballare, e vi parlo di giovani, ragazzi che fino al secondo dopoguerra non avevano molti altri modi di divertirsi.
Insomma, il liscio nasce per questioni “politiche”, e non è un caso che ancora oggi sia un importante momento di aggregazione in tutte le feste de l’Unità italiane…
Ma al di là di questo, oggi è diventato impossibile suonare puramente “liscio”, in quanto l’industria del divertimento ha obbligato le Orchestre a suonare qualsiasi cosa abbia minimamente a che fare con la categoria “ballo”. E io e Giovanni imbarazzati.
Si aggiunga che la sera precedente a quel pomeriggio danzante, avevo dovuto sostenere una cena terrona di proporzioni epiche, a casa di alcuni compagni di corso calabresi…anduja, tagliatelle, antipasti di ogni ordine e grado, peperoncino, soppressata, salame, capocollo, peperonata, parmigiana e via dicendo, il tutto accompagnato da ingenti quantità di vino. La mattina mi ero alzato stordito come uno swarovsky in un negozio di elefanti, avendo dormito circa 4 ore, e ho passato in bagno i primi 80 minuti della giornata, con l’intervallo a metà, come al cinema. Dopo aver portato giù mezza casa (tra fisa, tastiere, mixer, piantoni, casse, leggii, aste, borse cavi, chitarra, oggettistica varia) e averla trasferita in macchina (mio padre non c’era e l’apecar io non lo so guidare…), e poi ritrasferita nella sala parrocchiale di Borgo Nuovo, e poi montato il “palco”(vabbè…), i gentili parrocchiani mi hanno offerto un pranzo a base di bagna cauda, tomini al verde e porchetta…ho suonato in condizioni di semi incoscienza, e poi come forse ho già accennato, una delle due tastiere mi ha abbandonato dopo i primi 4 pezzi.
E un cavo si è fuso.
Poi smontatuttomettinautotornacasariportatuttosuerimettiaposto….
Alle 7 di sera ero a casa distrutto.
Quando ti dicono “suoni due o tre ore e ti becchi 50 euro, beato te”…

(Ma dopotutto…megio che un calso ne’ cojoni…)

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4 thoughts on “Pomeriggi danzanti in parrocchia – ovvero il Liscio come condizione di vita

  1. Baby ha detto:

     Mamma mia, la sera cena tipica calabrese e la mattina dopo pranzo tipico piemontese…è paragonabile ad un tentativo di avvelenamento coi fiocchi!
    Comunque preferisco i cibi calabresi, almeno non rischi troppo l’isolamento dalla società a causa di un alito poco gradevole :S

  2. Richard_SBK83 ha detto:

    Dario sai bene come la penso……tra tutti tutti igruppi di cui sei o sei stato componente il duo Dario-Giovanni è il migliore!
    Quante volte sono rimasto ad ascoltare canzoni mitiche come: "non c’è pace tra gli ulivi", "la mazurca del sabato sera", "tutto pepe" e la mia preferita Fiorella. Poi il bello è quando finito tutto ci mettiamo a scherzare con Giovanni, lui si che è un grande! Senza dimenticare quando mangiavamo la pizza a fine serata o bevevamo il nocino. Che divertimento!
     
    Comunicazione di servizio: ho letto questo intevento per puro caso perchè non mi è apparsa la stellina che indica una novità nel blog

  3. Richard_SBK83 ha detto:

    Maledizione non so perchè ma non esce il mio nome sul commento, comunque colgo l’occasione per elogiare la memoria di uno dei tuoi "datori di lavoro" Guido Siviero mancato l’anno scorso e cito la sua frase più famosa: "Prosima volta gli do un calso nei cojoni!"
     
    Richard

  4. Laura ha detto:

    Mi è sempre piaciuto l’accento veneto…Fa molto personaggio della commedia dell’arte…:D

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