Al Carnevale di Ivrea – ovvero un martedì grasso piacevolmente sinestetico

Non ero mai stato a Ivrea, ma soprattutto non ci ero mai stato durante il Carnevale.
Sapevo che era spettacolare, avevo sentito telegiornali e banalità varie sulla presunta violenza, sui feriti, le arance congelate, gli sprechi ecc…tanto che pensavo che non sarebbe mai valsa la pena di fare quei 60 chilometri. E invece mi ci sono trovato dentro, con una compagnia per altro inusuale (Marta, un etnomusicologo e una compagna di corso).”Gita” universitaria piuttosto particolare, di quelle che non sai se raccontarlo in giro…lo scopo era di vivere da vicino la dimensione “sonora” del Carnevale.
E’ stato un martedì grasso particolarmente intenso, io che al massimo mi ero spinto in corso Francia a vedere i fuochi artificiali di Rivoli.
Immerso in quell’atmosfera intensa, sospesa, fuori dal tempo eppure così reale, viva, incredibilmente tangibile e paradossalmente così precisa nella sua follia, le sensazioni che si accumulano in sinestesie assurde, mai provate prima, non hanno nulla a che vedere con l’immagine che mi ero fatto di quel Carnevale, in cui la celebre battaglia delle arance non è che uno dei tanti rituali.
Cercando di focalizzare su quelle sensazioni, che sono state intense e sovrapposte, e per lungo tempo (sono stato lì quasi 12 ore, senza tregua), penso di aver percepito il Carnevale molto fisicamente.
Ricordo ad esempio piazza del Borghetto, piccola, tra il ponte e una strettoia in salita, facce già minate dalla battaglia, grondanti dolce sangue d’arancia, visibilmente stanche e soddisfatte, e il grande profumo che rende l’aria irreale, e poi dal ponte avvicinarsi i carri trainati da cavalli addobbati e sonori come sonagli d’argento, e subito sentire i tonfi della frutta infranta sui carri e sulle persone, la vista confusa del disordine dei tondi proiettili rossi, l’udito saturo di urla, canti e cori da stadio, le squadre in estasi, schivare i colpi,  poi un altro carro, poi un altro, e sempre più arance in aria e per terra, fino a che l’ultimo scompare nella via e rimane solo la piazza coperta di melma gialla e grigia, le facce ancora più stravolte, e un profumo intenso risale gonfiando l’aria. I piedi stanchi fanno male, e arrancano scivolando nella melma dolce e odorosa, mentre da lontano i Pifferi acuti traffigono l’aria con la loro musica penetrante e trascinante, e i colpi dei Tamburi misurano l’avvicinarsi del corteo, sempre più forte, finchè non compare, e poi il Generale, le acclamazioni della folla, gli Abbà, la Vezzosa Mugnaia e tutto il resto. Tutti i sensi sono stati impegnati.
Alla fine della giornata, centinaia di persone seguono in religiosissimo silenzio i Pifferi e Tamburi, che eseguono lo stesso triste brano per tutta la durata del giro della città. Nessuno osa parlare, come a un vero e proprio funerale.Questo profondo calarsi nell’atmosfera del Carnevale, il rispetto devoto e per la tradizione, e al tempo stesso la sua attualità – ragazzini in prima linea che rinnovano i costumi – mi hanno molto impressionato.

 

Abbruciamento degli scarli Emozionante.
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3 thoughts on “Al Carnevale di Ivrea – ovvero un martedì grasso piacevolmente sinestetico

  1. Richard_SBK83 ha detto:

    che poi se uno non sapesse che Ivrea è in Piemonte andrebbe a pensare che è la tipica festa merdionale dove non ci si diverte se non si fa casino e qualcuno non si fa male.

  2. Marta ha detto:

    Caro, eh sì, è stata proprio una bella esperienza, la consiglio a tutti. Anche se noi abbiamo avutouna visione privilegiata perchè grazie al professore non solo siamo arrivati lì sapendone già qualcosa, maabbiamo anche potuto camminare in mezzo al corteo seguendo lui che registrava (cosa che dava non poco fastidio agli eporediesi che giustamente volevano godersi la sfilata). Comunque, è stato bello provare l’ebbrezza della spedizionesul campo, cosa che senza di te, Dario, non avrei mai avuto il coraggio di fare.Già che ci sono allora scrivo le cose che a me sono rimaste più impresse:
     
    il piacere per gli occhi di riconoscere i colori dei quartieri sugli stendardi e sui vestiti della gentei piedi che scivolano sulle arance nello sforzo di seguire il corteoi passi che non possono fare a meno di andare a ritmo con i tamburii pifferi che si sentono a chilometri di distanzala tentazione di nascondersi dietro le reti protettive dei palazzi e poi la tentazione di uscire allo scopertoil tastino della macchina fotografica incollato dal succo d’aranciai berretti frigi che tingono di rosso le teste della follai musicisti che trovano buffo il professore col microfonola bimba di cinque anni che suona il piffero nel corteola vampata di calore che arriva lontanissimo quando vengono accesi gli scarliil generale che smonta da cavallo commosso lasciando per sempre il suo personaggioi piedi che fanno maleil profumo inebrianteil silenzio finale e i saluti…"arvezze a giobia ‘n bot"
    Che dici l’anno prossimo ci torniamo?

  3. Dario ha detto:

    Alla faccia, Marta, hai messo proprio tutto!…In effetti il Generale in lacrime è stata un’immagine possente…
    Grazie cara.

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