Dialetto sì, dialetto no

Si è molto parlato sui giornali, in questo periodo, della proposta della Lega Nord di introdurre nelle scuole l’insegnamento del dialetto.

Nel pieno stile della Lega, la proposta è stata lanciata quasi come una provocazione, e puntuali sono arrivate le reazioni: chi ha accolto con fervore, soprattutto nel più ampio contesto revisionista che circonda i preparativi per i 150 dell’Unità d’Italia, e chi (mi pare la maggior parte, almeno sui giornali che leggo io) ha stroncato senza mezzi termini la proposta, liquidandola come la classica “sparata” alla Bossi.

Tra le reazioni contrarie, sebbene siano intervenuti nella discussione anche esimi professori, colti giornalisti e politici navigati, mi pare non siano emerse quelle che reputo le questioni fondamentali che fanno di questa proposta (in realtà non così assurda, se fosse pensata in altro modo) la solita inconsistente trovata mediatica, senza valore didattico, e per di più praticamente irrealizzabile.

Chi ha detto che i dialetti non vanno insegnati perché sarebbe roba di poca importanza rispetto alla “grande lingua italiana” che i giovani conoscerebbero sempre meno, e chi ha scritto che renderebbe più difficile l’apprendimento dell’inglese (e perché mai conoscere una lingua in più dovrebbe essere un handicap?) ha aggirato il problema, argomentando per altro con banalità infondate.

Il dialetto è importante, è stata ed è la lingua madre dei nostri nonni, in molti casi dei nostri genitori e di molti giovani, che conoscono anche perfettamente l’italiano. Si tratta di un patrimonio culturale popolare enorme, che non va accantonato o calpestato. Ma non può neanche essere imposto.

Ecco secondo me quali sono i punti fondamentali della questione:

  1. Il dialetto è una lingua parlata

Esistono alcune tradizioni letterarie dialettali, ma si tratta di un aspetto marginale dell’essenza del dialetto, che è quella di essere lingua ad uso esclusivamente orale. Come si potrebbe insegnare a scuola, istituzione basata sulla cultura scritta?

  1. Il dialetto, in quanto lingua madre, non lo si può apprendere se non lo si “ha” per nascita

Chi di noi è nato in una famiglia dove si parla dialetto, non ha bisogno di impararlo a scuola. Come da punto 1, si tramanda oralmente in modo naturale. Chi di noi, come il sottoscritto, è nato in una famiglia “mista”, in cui i genitori provengono da italie diverse, il dialetto non lo possiede. E non lo saprà mai, nemmeno se glielo si imponesse a scuola. Immaginate un ragazzo torinese, con padre pugliese e madre siciliana (per non dire araba o rumena, per carità), che dovesse imparare il Piemontese…sarebbe un insulto alla lingua di Cavour.

  1. In Italia ogni paese (e non ogni regione) ha il suo dialetto

Per ovviare all’insormontabile ostacolo di dover redigere circa 3000 grammatiche, una per ogni lingua italiana (attenzione, in teoria nessun dialetto è quello “giusto”), bisognerebbe insegnare a scuola un dialetto letterario, di maniera, che (vedi punto 1) magari si rifarebbe alla piccola tradizione letteraria regionale, ma non corrisponderebbe affatto all’uso quotidiano del dialetto. Il che non avrebbe senso. In Piemonte, ad esempio, si dovrebbe insegnare un Torinese ottocentesco che a Torino nessuno parla più…figuriamoci nel paesino francoprovenzale dell’alta Val di Susa piuttosto che nella campagna monferrina.

  1. Gli insegnanti non sono tenuti a essere a conoscenza del dialetto del luogo in cui insegnano (o vivono).

Se gli insegnanti (vedi punto 2) non conoscono un dialetto, e oltretutto non sono stati preparati ad insegnarlo perché all’università non lo hanno studiato, come potrebbero tramandarlo ai propri studenti? Bisognerebbe impedire che insegnanti “forestieri” invadano le scuole altrui…

L’unico modo, a mio avviso, per valorizzare giustamente il variegato patrimonio culturale linguistico del nostro Paese, non è quello di insegnare il dialetto, ma piuttosto dare cenni di dialettologia, con rimandi al quadro più generale delle tradizioni popolari italiane e locali (magari con l’aiuto di collaboratori esterni).

E’ evidente che la Lega, con questa proposta, auspica come al solito un generico quanto vuoto “ritorno alle origini”, appellandosi all’urgenza di salvaguardare tradizioni di cui si ignorano totalmente significati e valori, esclusivamente a scopo politico, per contrasto a tutto ciò che vi è di diverso. Come ideologica è l’idea stessa di Padania, nazione totalmente inventata che si rifà a un mix di tradizioni regionali, cattolicesimo, celtismo, xenofobia ecc…che loro chiamano “radici”.

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10 thoughts on “Dialetto sì, dialetto no

  1. Federico ha detto:

    1. Il Piemontese, che però è riconosciuto come lingua e non come dialetto, ha una forte tradizione scritta. E’ stato lingua di stato e ci sono trattati internazionali scritti in piemontese…2. Non concordo. Credi che uno straniero che si trasferisse in Piemonte 100 anni fa quando si parlava solo dialetto non parlasse con nessuno?3. E’ vero.4. Se pensi che circa il 50% degli insegnanti vengono da Campania e Sicilia… fra questi alcuni neanche l’italiano…Ah, a proposito di Xenofobia. Vorrei solo far tornare che la Lega conta iscritti al partito di colore nei quartieri dove più alta è la delinquenza (vedi Porta Palazzo) e che il primo sindaco nero d’Italia è stato eletto fra le fila della Lega (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200906articoli/44493girata.asp)

  2. Baby ha detto:

    Sono cresciuta in una famiglia in cui il piemontese è "lingua ufficiale," mia madre lo parla sempre e i miei zii pure; mio padre è calabrese, ma quando è venuto in Piemonte negli anni Sessanta ha dovuto impararlo – lo capisce e lo parla malissimo 😛 – altrimenti sarebbe stato isolato, come dice Federico, perché in Fiat tutti, capi e non, parlavano il dialetto. È però vero che secondo me, parlando da persona che ama le tradizioni e la cultura legata alle regioni e che se potesse imparerebbe tutti i dialetti italiani, sarebbe assurdo imporlo come materia di studio nelle scuole. Primo perché la maggior parte degli studenti ha alle spalle origini miste e del dialetto poco gliene importa; secondo perché ci sono insegnanti "forestieri," come dici tu, che non conoscono una parola di dialetto, al massimo "cerea" e "tüt bin" giusto perché sono popolari (un po’ come possono essere per me alcune espressioni spagnole.) Mettiti ad insegnarlo a loro e vedi che fanno in tempo a caderti i capelli e venirti le rughe, perché la bella età dell’apprendimento è ormai passata.Secondo me si potrebbe al massimo provare ad inserirlo come materia facoltativa…chissà magari qualche studente che si cimenterebbe c’è. Che la brillante idea della Lega sia solo fumo negli occhi sono pienamente d’accordo, ma si potrebbe sfruttare in modo positivo. Oh, se poi non va amen! 🙂

  3. Dario ha detto:

    Ribatto a Federico:1. E’ vero. Ma nell’Ottocento l’Italiano (su cui anche viaggiano molti luoghi comuni) praticamente non esisteva ancora. Per forza si redigevano atti ufficiali in Piemontese. Ma comunque che senso avrebbe impararne oggi un uso letterario che non ha riscontro con la realtà?2. Hai ragione. Ma 100 anni fa il dialetto era l’unica lingua parlata in Piemonte. Chi veniva da altre regioni era “straniero” ed effettivamente doveva imparare il piemontese per comunicare e lavorare. Ma lo apprendeva PER USO, non a scuola. Oggi molti Sinti di San Damiano d’Asti parlano in piemontese, perché da quelle parti è ancora una lingua piuttosto usata nella vita tutti i giorni.4. Ho avuto quasi esclusivamente insegnanti (e genitori, e nonni) meridionali, e l’italiano l’ho imparato benissimo…Si, del sindaco lo sapevo…ma che la Lega sia un partito con certe tendenze è evidente. Ma non è tanto questo, il punto. E’ che più conosco persone, più faccio ricerche sulle tradizioni piemontesi, più mi rendo conto che l’idea che ha la Lega di queste cose sia costruita e lontana dalla realtà. E che l’idea stessa di "nazione" per la Lega sia un pò perversa…

  4. Richard_SBK83 ha detto:

    Io penso che l’idea di insegnare i dialetti a scuola sia bella ma di difficile applicazione. Prima di tutto, come dice Dario, bisognerebbe capire quale dialetto insegnare, basta spostarsi sul territorio di 20 km per sentire un dialetto diverso. Poi c’è la questione di trovare insegnanti adatti e qualcuno che li formi. Infine la questione etica: io il dialetto piemontese lo studierei ma si può obbligare qualcuno a impararlo? Senza dimenticare che tutto questo vorrebbe dire uscite economiche non indifferenti e questi sono tempi di vacche magre…. Poi comunque c’è una questione da non sottovalutare: gli studenti italiani sono sempre meno preparati e pagano sempre più il confronto con quelli stranieri. Quindi sarebbe bene puntare fortemente su materie come informatica e inglese senza dimenticare lo studio della lingua italiana, della geografia, della storia e delle materie scientifiche.Riassumendo: sì allo studio dei dialetti (però servono proposte serie e non parole campate in aria) ma bisogna dare la precedenza a materie più importanti per la formazione di uno studente, perchè quando vai per strada, quando viaggi per il mondo, quando lavori, più che "Cuma l’è?" è importante saper dire "How are you?"

  5. Miriam ha detto:

    Il dialetto potrebbe essere salvaguardato altrimenti, valorizzando aree specifiche, attuando una sorta di processo "fascista" al contrario, ridando ad esempio nomi "originari" a luoghi e attrezzi e supportandone il patrimonio culturale. Senza contare che l’Italiano è l’unico mezzo per unificare veramente gli Italiani e integrare gli stranieri, e già lo stiamo perdendo di vista.(tra parentesi:- tutte le lingue o presunte tali iniziano come orali, si fissano come scritte solo quando devono essere portate in giro o rischiano di sparire, sarebbe ora di farlo;- il Piemontese -quale poi?- non è una lingua, se mai alcuni Piemontesi non sono dialetti dell’Italiano;- neri, bianchi, rossi, gialli o verdi non fa differenza, è importante la lingua madre. La sindaco leghista è arrivata dal Massachussets come figlia di un militare americano;- alcuni insegnanti per cui l’Italiano non è esattamente toscano li metto alla pari con tutti i Piemontesi, o Milanesi, o Veneti, che si rifiutavano e rifiutano di parlare Italiano ai "terroni". Anche qui il discorso è complicato, gli insegnanti vengono sempre più fatti circolare per il Paese, vogliamo incentivare chi insegna il Cuneese ai Romani quando ci lamentiamo dei Calabresi?- la Lega è diventata un contenitore di movimenti populisti, e ogni appartenente ne da una definizione diversa. Non ne si faccia una questione di principio perché rimane, come tutti gli altri, tra i partiti più incoerenti e voltagabbana della Storia.)Augh

  6. Scouser ha detto:

    Ciao Dario,ho letto tutto il tuo intervento e francamente mi sembra più che lineare e condivisibile. Tuttavia non la vedo una cosa negativa il rispolverare il dialetto, specie se la prospettiva è un mondo sempre più globalizzato, che avrà sì tante cose positive, ma l’annullamento delle nostre radici non fa sicuramente parte dei vantaggi.Come sovente accade, non mi piace la forma in cui la Lega si esprime, ma ne condivido la sostanza.

  7. Baby ha detto:

    Pensare che a livello europeo cominciano a preoccuparsi che pian piano spariscano le lingue nazionali a causa dell’uso dell’inglese (un inglese ibrido tra l’altro) e noi vogliamo reintrodurre il dialetto nelle scuole…Roba da matti amici ascoltatori, roba da matti! :)A parte questo, Richard e Miriam hanno ragione, non esistendo un piemontese standard è impossibile insegnarlo, l’unica soluzione secondo me sarebbe un progetto di cultura e tradizioni piemontesi a livello scolastico in cui impegnare gli studenti interessati in attività tra cui l’apprendimento del dialetto passando attraverso la storia. Una sorta di antropologia culturale insomma, che studiandola all’università ho trovato molto istruttiva. Questo se la Lega lo intende come salvaguardia della cultura regionale e non come mezzo di esclusione, anche se temo, anzi cono convinta sia così…Se poi pensiamo che paesi come la Norvegia hanno il problema opposto e vorrebbero liberarsi di tutte le diverse lingue ufficiali (norvegese, sami, finlandese) e dialetti vari, mi vien da ridere…

  8. Una voce ha detto:

    Ciao Dario, è un po’ che non ci si legge. Ma non mi dimentico di te.Sul dialetto… beh, francamente io ancora sento la necessità di FARE GLI ITALIANI, questi della Lega sono troppo avanti per me: loro vogliono già DIS-FARE L’ITALIA E QUINDI GLI ITALIANI… Non ci sto dietro… mi spiace!:DMi accontenterei si insegnasse agli italiani a parlare e scrivere correttamente l’italiano e l’inglese… sarebbe già una innovazione di portata epocale!Un abbraccio forte. Abbi cura di te.

  9. Dario ha detto:

    Oh, ma che bello…era un pò che sul mio blog non si vedeva un tale dibattito! Beh, tutti hanno detto cose interessanti, Rich come al solito punta al pratico, Miriam come al solito ha bisogno di essere decriptata (ho capito un quinto di quello che hai scritto), Una Voce torna a squillare (ricambio l’abbraccio…), ma mi vorrei soffermare sull’intervento di Baby. L’idea di insegnare Antropologia Culturale a scuola mi sembra la più sensata di tutte. Chi di noi ha frequentato facoltà umanistiche, se l’è a volte trovata per sbaglio come esame-condimento, al fondo di carichi didattici spesso incompleti e insoddisfacenti. Io l’ho scoperta così. Molti spesso non sanno neammeno cosa sia…ma io reputo che l’approccio antropologico (cioè relativista, e senza presupposti ideologici, eurocentrici e cultocentrici) allo studio e alla conoscenza sia il migliore…forse l’unico, oggi, che dia idea di un mondo apparentemente sempre più piccolo, ma anche sempre più incasinato, e dove l’Alterità (culturale e non solo geografica, e in questo senso la questione dei dialetti c’entra) è sempre più a portata di mano. Un pò di antropologia, a scuola, farebbe bene a chiunque, soprattutto agli insegnanti.

  10. Marta ha detto:

    Sull’insegnamento dei dialetti a scuola sottoscrivo quello che dice Dario, anzi, l’intervento è nato da una nostra discussione in proposito.Vorrei dire a Miriam che è verissimo che tutte le lingue nascono come orali, ma non tutte poi si fissano nello scritto. È un dato di fatto che i bambini imparano la lingua orale prima di quella scritta, e che la prima la apprendono naturalmente, la seconda solo studiandola a scuola. È così anche da un punto di vista storico. Molti popoli non hanno mai conosciuto l’uso della scrittura, e ancora oggi la praticano solo in pochi casi di ordine pratico (commercio, contratti) proprio perché ritengono che la scrittura autorizzi a dimenticare, e ci sono cose che è meglio sapere a memoria. Perciò i griot (cantastorie) africani sono i custodi della storia, rammentano alla comunità, attraverso il racconto, gli insegnamenti del passato. Non esiste il principio dell’obiettività dei fatti, e meno che mai quello della proprietà intellettuale del racconto.Tu dici che quando una lingua va in crisi viene trasposta per iscritto. È in parte vero, ma più che testi letterari in quel caso è un proliferare di grammatiche, che cercano di puntellare un edificio linguistico che cade sempre più a pezzi. Un fatto un po’triste, ma nemmeno troppo. I grammatici, mi ha detto una volta qualcuno, sono i più grandi perdenti della storia.Il Piemontese È una lingua, dal punto di vista strettamente linguistico, perché è un codice fatto di segni che i parlanti possono utilizzare per comunicare tra loro. Inoltre è una lingua romanza, esattamente al pari del toscano (che è diventato lingua nazionale), nata dal latino nello stesso periodo, cioè allo sfaldarsi dell’impero romano, ed evolutasi foneticamente e grammaticalmente nei secoli successivi, parallelamente agli altri dialetti.La differenza con una lingua nazionale sta semplicemente negli ambiti d’uso. Il dialetto si utilizza per un tipo di comunicazione familiare, informale, e riservato specialmente ai campi semantici della famiglia, della casa, dell’attività agricola. La lingua serve in tutti quei casi in cui la comunicazione comprende un raggio più ampio e funzioni più diversificate, specialmente di stampo ufficiale.Non dimentichiamo inoltre che la lingua nazionale è stata istituita nel 1861, e gli italiani ci hanno messo quasi un secolo a impararla, istruiti dalle due guerre mondiali e infine dalla televisione negli anni ’60. Prima di allora la lingua di Dante era un italiano scritto, esclusivamente letterario, una specie di lingua morta che utilizzavano per iscritto le persone colte e nessuno si sognava di parlare.Per Rich, altro che venti chilometri, c’è un dialetto ogni dieci, cinque, tre chilometri…a Riva presso Chieri parlano diverso da Chieri, a Serravalle d’Asti diverso da Asti città (e ci sono circa 7 chilometri di distanza).Vorrei poi tranquillizzare la Baby, non credo che le lingue nazionali spariranno per colpa dell’inglese…lo vedo un momento molto, molto lontano. Le identità sono molto forti e i parlanti, si sa, fanno sempre quello che vogliono indipendentemente da dove tira il vento del più forte, anzi a volte vanno volontariamente controcorrente (sennò come me li spieghi i Baschi che è dal paleolitico si rifiutano di imparare una lingua indoeuropea?).Non so come siano messi i norvegesi, ma secondo me dovrebbero pensarci due volte prima di liberarsi consapevolmente dei loro dialetti, sono pur sempre una parte di identità. La questione delle lingue ufficiali invece è ovviamente più complessa, perché ha sempre a che fare con rivendicazioni politiche, e non solo culturali.Bella l’idea dell’ora di antropologia nelle scuole, anzi io ne farei anche una di sociologia, una di linguistica e una di storia delle religioni (da sostituire alla nostra cattolicissima ora di pseudo-catechismo).Infine, per carità, non fatemi dire che cosa penso della Lega…

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