La vendetta di Django

DjangoLocandinaItaFacevo le medie. La professoressa ci aveva dato un tema sull’Iliade, qualcosa tipo “raccontane un episodio a modo tuo”. Ricordo che la mia Iliade era diventata un western: nella mia testa Achille era un vendicatore solitario, che covava una rabbia atavica e che ovviamente terminava la sua parabola con un duello.

Sì, perchè all’epoca ero stregato dagli spaghetti western: niente a che vedere con John Ford, con il mito della frontiera, con i classici americani. Io amavo Sergio Leone. E non era una cosa tanto normale, a metà anni Novanta, che un ragazzino di 13 anni fosse appassionato di film già vecchi di 30 anni. Salvo poi scoprire, dopo aver represso questa passione, che non ero l’unico.

La mia vendetta arriva, dopo quasi vent’anni, grazie a Quentin Tarantino. Django Unchained è lo spaghetti western definitivo.

Ci avevano già provato in molti, lo stesso Clint Eastwood con Gli spietati – film di tutto rispetto -, ma solo ieri ho ritrovato la vera anima del western all’italiana, quello senza morale, un pò sessantottino, terzomondista, ma anche violento e individualista, quello senza eroi, quello della legge del più astuto (non del più forte), quello iperbolico, barocco e parodistico, quello della risata amara, quello che le sparatorie e le scazzottate sono una liberazione dalle catene di film noiosi e ipocritamente moralisti. Quello che i buoni, i brutti e i cattivi non sono poi diversi, fanno parte della stessa razza, quella umana.

Tutto il cinema di Tarantino si ispira – tra le mille cose – alla produzione di serie B italiana e, almeno da Kill Bill in poi, deve qualcosa agli spaghetti western. L’omaggio che Django rende ai nostri anni d’oro è esagerato, assurdo, potente, divertente, coerente con lo stile tarantiniano. Personaggi cinici e spietati, sceneggiatura impeccabile al servizio di una classica storia di vendetta, cast grandioso e pienamente all’altezza della situazione, sangue e ammazzamenti. Il tutto in salsa western, con paesaggi mozzafiato, anche invernali, e una colonna sonora ovviamente azzeccatissima. Da segnalare i cameo di Franco Nero – che interpretò Django nel ’66 – e dello stesso regista Tarantino, che come al solito muore in modo spettacolare.

Sergio Leone si sarebbe divertito. E forse anche Omero.

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Habemus papam

Sono andato a vedere Habemus Papam di Nanni Moretti al cinema Eliseo di Torino. Lo dico subito: il film mi è piaciuto. La leggerezza ironico-chic morettiana si insinua in un ambiente inusuale per il regista romano, ovvero un infinito conclave che imprevedibilmente intrappola in Vaticano cardinali, guardie svizzere e uno psicoterapeuta non credente. Il motivo è che il neoeletto papa non è per nulla convinto del suo ruolo e rifiuta la pubblica uscita.

Il pretesto, su cui si sviluppa una trama semplice, ma dai risvolti a tratti molto divertenti, è un’eventualità che entra nel girotondo delle cose possibili se è vero che, come recita la sountrack del film – una canzone di Mercedes Sosa, todo cambia.

Già, il mondo cambia, e il problema può porsi anche nel vissuto interiore del vicario di Cristo: in questo caso un papa molto umano, che forse non a caso nelle fattezze fisiche somiglia un pò a Giovanni XXIII e un pò a Giovanni Paolo II. A dire il vero manca un risvolto sociale, che a un certo punto mi sarei anche aspettato, ma alla fine è giusto così. Si tratta di un malessere individuale, in cui simbolicamente (e paradossalmente) chiunque potrebbe riconoscersi.

Ci piacciono le situazioni paradossali che si creano attorno al personaggio interpretato da Moretti stesso, lo psicanalista chiamato a risolvere i problemi del Santo Padre. Forse il finale è un pò affrettato, ma ho gradito questa sorta di carnevale al contrario, dove l’istituzione più antica, rigida e conservatrice della nostra società è costretta a lasciar cadere la propria maschera, svelando un’umanità normalmente viziata, che la rende sicuramente più simpatica.

Peccato che da “Avvenire” si sia già lanciato l’appello di boicottaggio (con relativa apologia di critica preventiva). O meglio, era prevedibile. D’altronde sono anni che ci si aspetta dalla Chiesa o dai suoi organi qualche gesto, o qualche dichiarazione non prevedibile,  proprio come accade nel film, e puntualmente purtroppo non arriva.