La vendetta di Django

DjangoLocandinaItaFacevo le medie. La professoressa ci aveva dato un tema sull’Iliade, qualcosa tipo “raccontane un episodio a modo tuo”. Ricordo che la mia Iliade era diventata un western: nella mia testa Achille era un vendicatore solitario, che covava una rabbia atavica e che ovviamente terminava la sua parabola con un duello.

Sì, perchè all’epoca ero stregato dagli spaghetti western: niente a che vedere con John Ford, con il mito della frontiera, con i classici americani. Io amavo Sergio Leone. E non era una cosa tanto normale, a metà anni Novanta, che un ragazzino di 13 anni fosse appassionato di film già vecchi di 30 anni. Salvo poi scoprire, dopo aver represso questa passione, che non ero l’unico.

La mia vendetta arriva, dopo quasi vent’anni, grazie a Quentin Tarantino. Django Unchained è lo spaghetti western definitivo.

Ci avevano già provato in molti, lo stesso Clint Eastwood con Gli spietati – film di tutto rispetto -, ma solo ieri ho ritrovato la vera anima del western all’italiana, quello senza morale, un pò sessantottino, terzomondista, ma anche violento e individualista, quello senza eroi, quello della legge del più astuto (non del più forte), quello iperbolico, barocco e parodistico, quello della risata amara, quello che le sparatorie e le scazzottate sono una liberazione dalle catene di film noiosi e ipocritamente moralisti. Quello che i buoni, i brutti e i cattivi non sono poi diversi, fanno parte della stessa razza, quella umana.

Tutto il cinema di Tarantino si ispira – tra le mille cose – alla produzione di serie B italiana e, almeno da Kill Bill in poi, deve qualcosa agli spaghetti western. L’omaggio che Django rende ai nostri anni d’oro è esagerato, assurdo, potente, divertente, coerente con lo stile tarantiniano. Personaggi cinici e spietati, sceneggiatura impeccabile al servizio di una classica storia di vendetta, cast grandioso e pienamente all’altezza della situazione, sangue e ammazzamenti. Il tutto in salsa western, con paesaggi mozzafiato, anche invernali, e una colonna sonora ovviamente azzeccatissima. Da segnalare i cameo di Franco Nero – che interpretò Django nel ’66 – e dello stesso regista Tarantino, che come al solito muore in modo spettacolare.

Sergio Leone si sarebbe divertito. E forse anche Omero.

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Habemus papam

Sono andato a vedere Habemus Papam di Nanni Moretti al cinema Eliseo di Torino. Lo dico subito: il film mi è piaciuto. La leggerezza ironico-chic morettiana si insinua in un ambiente inusuale per il regista romano, ovvero un infinito conclave che imprevedibilmente intrappola in Vaticano cardinali, guardie svizzere e uno psicoterapeuta non credente. Il motivo è che il neoeletto papa non è per nulla convinto del suo ruolo e rifiuta la pubblica uscita.

Il pretesto, su cui si sviluppa una trama semplice, ma dai risvolti a tratti molto divertenti, è un’eventualità che entra nel girotondo delle cose possibili se è vero che, come recita la sountrack del film – una canzone di Mercedes Sosa, todo cambia.

Già, il mondo cambia, e il problema può porsi anche nel vissuto interiore del vicario di Cristo: in questo caso un papa molto umano, che forse non a caso nelle fattezze fisiche somiglia un pò a Giovanni XXIII e un pò a Giovanni Paolo II. A dire il vero manca un risvolto sociale, che a un certo punto mi sarei anche aspettato, ma alla fine è giusto così. Si tratta di un malessere individuale, in cui simbolicamente (e paradossalmente) chiunque potrebbe riconoscersi.

Ci piacciono le situazioni paradossali che si creano attorno al personaggio interpretato da Moretti stesso, lo psicanalista chiamato a risolvere i problemi del Santo Padre. Forse il finale è un pò affrettato, ma ho gradito questa sorta di carnevale al contrario, dove l’istituzione più antica, rigida e conservatrice della nostra società è costretta a lasciar cadere la propria maschera, svelando un’umanità normalmente viziata, che la rende sicuramente più simpatica.

Peccato che da “Avvenire” si sia già lanciato l’appello di boicottaggio (con relativa apologia di critica preventiva). O meglio, era prevedibile. D’altronde sono anni che ci si aspetta dalla Chiesa o dai suoi organi qualche gesto, o qualche dichiarazione non prevedibile,  proprio come accade nel film, e puntualmente purtroppo non arriva.

Edward (N)Orto(n) – ovvero di vino divino, incisioni e indecisioni, illusioni e illusionisti

E’ più di un mese che non aggiorno il blog.
La sensazione è che io lo stia abbandonando poco a poco, ma non voglio abbandonarlo, ti giuro, non ti abbandono, e non guardarmi con quegli occhietti azzurri, dai, che adesso torno a farti le coccole con la tastiera e le parole…
Il problema principale credo sia che non mi capita nulla di rilevante.
E poi Darlè, non t’ho più vista. Ok, l’altro giorno mi hai chiamato, hai ragione…sì, è meglio sentirti che ricevere un messaggio, sì, lo so che sei senza soldi nel cellulare…però quando ti ho detto “beh, mi accontento”, intendevo che sentire la tua voce da 200 chilometri di distanza è meglio che niente, ma meglio ancora sarebbe poterti parlare in diretta, dal vivo…insomma, vederti.
Ma ora lavori a Varese, non ho capito se in una casa discografica, se è per il tirocinio…però fammi sapere quando torni, io sono qui. Non sono nemmeno venuto a cercarti all’ultima festa…beh, tanto forse non c’eri neanche, e poi io avevo da fare…avevo una riunione organizzativa perché il giorno dopo dovevamo girare il remake del trailer de L’illusionista…ma niente, è una trasmissione televisiva di Sky, su Coming Soon Television, c’è un programma che si chiama “Remaker” e noi partecipiamo.
La regia è di Fabry, mentre io sono… Edward Norton, il protagonista. Divertente, vero? Soprattutto credibile…(vedi foto). Una ventina di amici ritrovati in un teatrino di Torino per girare questi 30 secondi di video. Unica regola, 2 ore di tempo massimo.
E’ stata una bella esperienza.
Io ero un po’ teso, non avevo mai fatto l’attore. La prova più dura: tagliarsi la barba a immagine di Ed Norton: era dal ’99 che la lametta non passava sopra le mie basette… Per il resto, divertente.
Pare che giovedì sera, tipo alle 20.15 vada in onda…
Nel frattempo sto qui, finiscono le vacanze di Pasqua, come di tradizione all’Orto con gli amici, con il vino, la carne grigliata, il vino, le chitarre, il vino, discorsi da vecchi sui tempi andati delle scuole elementari, medie e liceo (e tra poco università), la Bonarda, il ciliegio in fiore, il Nebbiolo, le bestemmie, la colomba, il moscato, e poi non ricordo più tanto bene…
E mentre aspettiamo l’estate e gli esami e chissà quali sorprese (speriamo), e mentre attendo di ricominciare a suonare (speriamo), per tenermi in allenamento (speriamo), ho iniziato ad incidere il mio ultimo brano (speriamo non ultimo per davvero)…tra il folk, il dub, il reggae e il tamarro, punterò su una campagna pubblicitaria martellante, nella speranza di ritrovare il successo irripetibile della vecchia CioccoLatina.
Oppure la terrò per me, e per chi l’ha già sentita chittarrevvoce, che rimane forse il vestito migliore di una canzone.
Darlè, lo sai che quando l’ho pensata era per te? Solo che non è una canzone d’amore…te lo spiego poi un’altra volta, magari davanti a un caffè…a proposito, mi viene in mente ora che stanotte ti ho sognata.
Era notte, il cielo era solcato da miriadi di stelle cadenti, che non si capiva se fossero fuochi artificiali o l’inizio dell’apocalisse. Sarà stato tutto quel vino mischiato con un pessimismo tendente al nulla…comunque, tutti davanti al cancello di casa mia a vedere lo spettacolo, a cercare di capire cosa stesse succedendo, e poi spunti tu, insieme ad altre ragazze del tuo genere. E io ti dico qualcosa, e tu mi rispondi invitandomi a casa tua. Non sai la felicità…
Poi mi sono distratto un attimo, e tu sei sparita…come nella realtà…
Ma che è, adesso manco nei sogni riesco a combinare qualcosa con una donna?

Un videoclip (quasi) facile – ovvero DarkLady danza Libertango nel mio soggiorno

Te lo giuro, il numero me l’ha chiesto lei!..Ma come chi? La DarkLady!…e vabbè, adesso non ti ho mai parlato della DarkLady? Massì, sai che ti dicevo che c’era una mia compagna di corso che mi intrigava, sempre vestita di nero, con i capelli lisci e neri che rimbalzano di rosso, e la pelle bianca madreperlata e quegli occhi verdi come laghi alpini in primavera? Eh…sì, mi ha chiesto il numero!

Vabbè, ti racconto dopo, ora devo finire di montare.

 

Una mattina di quasi inverno ho iniziato il mio primo film. Cioè, film è una parola grossa che sa di cinema…diciamo un corto, che fa molto impegnato, intellettuale e allo stesso tempo spaccia la mancanza di idee e mezzi per sperimentazione. A dire il vero, come mi ricordava Fabrizio, il mio co-regista, quello che si occupò della parte tecnica e di usare la videocamera, non si trattava nemmeno di un corto. Dario, guarda che stai facendo un videoclip. Un videoclip, ma non un videoclip come quelli che vedi a MTV, anche perché se ne facevo uno così, non ero mica l’ultimo degli stronzi come adesso…ero uno stronzo qualsiasi, ma con qualche soldo in tasca. Era un videoclip che in realtà sarebbe stato in piedi anche senza canzone, così come il pezzo stava in piedi da solo (vabbè, claudicante) già da un anno e mezzo…non so se avete mai sentito parlare di Canzone (quasi) facile, un brano che scrissi quand’ero molto giovane, molto innamorato, e molto deluso. E diciamolo, anche un po’ incazzato. Il testo parlava di un tizio che si innamora di una tipa che non ci sta. Come altre 14 milioni di canzoni. Però questa era speciale, perché l’avevo scritta io, ed ero invece convinto, all’epoca, che fosse addirittuturaturututtu originale…quando si è giovani è strano…e mi ero fissato che dovevo fare un film, e siccome non avevo idee, ho detto beh, faccio un videoclip di una mia canzone. Bossa nova era la prima della lista…ma non mi soddisfava il modo barbaro in cui era stata incisa…così ho optato per la suddetta Canzone (quasi) facile, perché ci ero affezionato, e alcuni miei amici mi avevano fatto credere che gli piacesse…certi amici sono troppo amici per dirti che le canzoni che scrivi fanno schifo! O troppo poco?

 

Non sono cretino, parlo al passato remoto perché voglio far finta che sia una cosa successa vent’anni fa, non venti giorni fa…non c’è poesia in un racconto di venti giorni fa! Ok, è una stronzata, vabbè…comunque questa DarkLady mi ha chiesto il numero. Sì è carina, te l’ho detto, co’ ‘sti occhi verdi come fontane decadenti in un giardino autunnale…Sì, perché mi fa, anzi, mi dice (le cose si fanno, le parole si dicono, le minchiate si scrivono), “se sai qualcosa per l’esame fammi sapere, ti lascio il numero…”…E dai, è chiaramente una scusa! Le stesse mail che arrivano a me, arrivano anche a lei…è un palese tentativo di rimorchio universitario, ne ho visti tanti…io…fare…a un mucchio di persone…no, a me mai…effettivamente…Ma che c’entra la Riccia del Giovedì, lei il numero non me l’ha mai dato. E alla lettera non mi ha mai risposto. Infatti mi sono scritto in mente “Dario, non scrivere mai più lettere a nessuna donna che intendi farti”. Le lettere piacciono tanto alle donne, è vero, ma poi ti dicono solo parole dolci tipo “come sei dolce, vedrai troverai una ragazza che sia capace di amarti come meriti, al contrario di me”. Bah…come se io rifiutassi Nicole Kidman apportando la motivazione “Sei troppo bella per me”…sarà anche vero…ma cristo!

Dario ti stai dilungando. Già, scusa…dicevo, mi sembra una scusa, questa delle notizie sull’esame. Ma ora devo andare a finire di montare il film. Cioè, il cort…ehm…il videocoso, lì…

 

Allora mi misi a scrivere la sceneggiatura. Non è una cosa semplice come tutti voi pensate. Devi metterci tutto: luoghi, dialoghi (ma il mio era un film muto, grazie a dio), situazioni, descrizioni…ma soprattutto…tutto quello che fanno gli attori.

L’ho riscritta tre volte. Poi un giorno Fabrizio ha detto

         Il progetto mi interessa. Domenica giriamo.

Ma soprattutto, Fabrizio ha detto

– Trova gli attori.

Tornando a casa dal Bierkeller, mentre guidavo, mi rimbalzava in mente la voce del mio co-regista, pesantemente riverberata, con le frasi udibili anche dal pubblico in sala: “Domenica giriamooooo…trova gli attoriiiii…Ricordati che è un videocliiiipp…clip…clip…”

 

Riuscendo a strappare ancora una settimana, Sara Pulce (la segretaria raccomandata, poiché donna di Fabrizio), mi indica un’attrice, anch’essa perciò raccomandata. Bene, dico io. Vediamola. Bellissima, Sara (non la Pulce, l’attrice…cioè non che Sara sia brutta, anzi, però io ora sto parlando di Sara…o maledizione, ma perché le donne, oltre a essere suscettibili, hanno pure tutte gli stessi 4 o 5 nomi?). Splendida, con i suoi capelli ricci e castani, come trucioli di cioccolata, è lei, è perfetta, è CioccoLatina. Speriamo sia brava. Lo era.

 

Sì, vabbè, lo sapete che mi piacciono le ricce. Sì, anche le rosse…rosse ricce poi mi fanno svenire. Ma la DarkLady non ha alcuna di queste caratteristiche. E poi si veste strana, sarà una rockettara…io scrivo pezzi tranquilli, addirittura qualcuno li definisce pop…capisci? La DarkLady riderebbe di questo! Anzi, a dire il vero, in quel caffè, riderà davvero quando le dirò che suono il liscio…che stronzo, però…me le vado a cercare…dico alla Dark che suono il liscio! Sarebbe come suonare Libertango davanti a Giuseppe Verdi! No? Vabbè…sto delirando…ma il numero me l’ha chiesto lei…Allora sai che faccio? Io le chiedo di salutarci prima delle vacanze di Natale, che lei poi se ne torna in Lombardia e non ci vediamo per un bel po’.

 

Fidandomi dei consigli di Fabry, trovai anche il Principe Azzurro, che nel mio cortoclip faceva la parte dell’antagonista. Mi mancava l’altro attore, però. Quello che in definitiva doveva impersonare il cantautore. Me. Oddio…l’unico che possa sostenere una parte da sfigato così profonda da assomigliarmi, non poteva essere che lui. Richard, il mio inseparabile amico.

Effettivamente, è come se avesse usato il metodo Stanislavskij: si era immedesimato nella parte vivendo praticamente a contatto con il personaggio per anni…si fece pure crescere la barba, nonostante il disappunto di sua madre.

Ora che avevamo il cast, si poteva iniziare.

 

Dario, non ti sembra che stia diventando un po’ troppo lungo questo post? Conta che non hai ancora nemmeno iniziato a parlare delle riprese…e non hai ancora raccontato nessun sogno strambo.

Vabbè, taglio la parte della DarkLady. Lascio alla fantasia dei miei lettori il compito di costruire un lieto fine o un più consueto finale alla De Seppo per questa vicenda.

E altre due righe sono state bruciate…

 

Faceva freddo. Era una domenica mattina, ci si era trovati solo per provare, io Fabry, Richard, Sarasegretaria e Sarattrice. Avevamo però la videocamera. E allora perché sprecare tempo? Girammo in due ore tutta la prima parte del cor…corpo del video. La settimana successiva avremmo avuto a che fare con la parte più complessa: le scene sulla panchina con il passaggio degli oggetti stregati. E così fu. Ci mettemmo tutta la mattinata, faceva molto freddo. San Grato e tutta la collina del Castello di Rivoli era un centro di accoglienza per foglie morte, e noi ne eravamo ospiti.

Sto esagerando? Ok, abbasso il tono…bah…mi sto rendendo conto che questa storia è terribilmente lunga e noiosa…meglio inframmezzarla con il solito racconto di recente sogno notturno allucinato.

 

Come già fecero illustri predecessori quali Guccini, Vecchioni e De Gregori, anche Astor Piazzolla è venuto a trovarmi a casa, l’altra notte. Il leggendario compositore di tango argentino è salito da me, si è messo a fumare un sigaro e mio padre gli ha detto

– Sa, signor Piazzolla, anche mio figlio suona la fisarmonica.

E io,

– Ma magari al signor Piazzolla  non interessa che io….

– Dario, perché non fai sentire qualcosa al signore?

– Ma papà…ho le mani fredde…

Al signor Piazzolla, evidentemente non fregava nulla…continuava a fumare e si guardava intorno.

Io ho preso la fisarmonica in braccio e ho iniziato a suonare…probabilmente Libertango (si può essere così idioti? E se domani viene a trovarmi in sogno Giuseppe Verdi che faccio? Mi metto a cantare il coro dell’Aida in soggiorno?) Vabbè…il problema è che io già non è che sia questo grande strumentista…mentre Piazzolla lo era…ma il fatto è un altro. A molti di voi sarà capitato di essere inseguiti in sogno e di non riuscire a correre. Presente la sensazione di angoscia? Ecco…io avevo il maestro degli strumenti a mantice seduto davanti a me…e avevo le mani bloccate, due pezzi di ghiaccio impazziti, non riuscivo a suonare…uscivano note assurde, mi sbagliavo, ricominciavo…

         Scusi, signor Piazzolla…ho le mani fredde…

Ma lui fumava.

 

DarkLady, solo un’ultima cosa. Se per caso sei la reincarnazione di una Riccia del Giovedì, ti avverto: stavolta ho il tuo numero e la tua mail.

 

Nonostante la scena dall’ottico fosse quella girata in meno tempo, e improvvisando (dalle 8 e 45 alle 9 di un venerdì mattina), pare che alla fine sia piaciuta.

Tutta la realizzazione fu decisamente divertente. Il primo giorno avevo una paura incredibile. Emozionato come il primo concerto…paura di non essermi preparato a dovere. Bisogna avere a mente un sacco di cose quando fai il regista, e avere le idee chiare. Se no si perde tempo. Come Nanni Moretti in Aprile, o come me in quel sogno di cui forse ricorderete, che ero Nanni Moretti in Aprile e stavo malissimo…

 

Alla fine il lavoro grosso fu montare tutto il materiale. E forse non venne neanche male, come primo lavoro.

Si organizzò una prima a casa del protagonista, e l’impressione fra gli amici sembrava buona.

Ma gli amici a volte sono troppo amici per essere sinceri. O troppo poco.

A distanza di vent’anni, l’unico sentimento che mi suscita riguardare questo video è nostalgia per quell’ultimo spicchio di giovinezza sprecata.

Torino città aperta – ovvero TFF e due sogni cinematografici

Apprezzo tuttavia i tentativi di ricomporre il gruppo dei Poeti Sconfitti.

Ieri è iniziato il Torino Film Festival.

E’ il terzo anno che vi partecipo con fervore, è una manifestazione che ci piace, non mondana come le feste del cinema di Venezia o di Roma, con spazio per gli emergenti, retrospettive interessanti e l’atmosfera è tipicamente torinese, tranquilla.

Una volta odiavo Torino, non mi piaceva andarci, si sta così bene qui in provincia. Ultimamente sto apprezzando l’aria di Torino, del centro, intendo, che in certi angoli pare una cittadina di montagna (mi capitava di passare l’altro giorno per via Monte di Pietà, bellissima), in altri una grande città d’arte, in altri ancora sembra un film.

Torino cinematografica.

L’altra sera ho visto Dario Argento, che sta girando il suo ennesimo film nella nostra città. Sono andato al Circolo dei lettori, sapendo che sarebbe stato premiato con sua figlia e Marco Tullio Giordana. Presiedeva il mio professore, nonché presidente della Film Commission Piemonte, Steeve Della Casa.

Sarà perché la mia psiche è fortemente provata dalla grande quantità di film che guardo e dalle relative elucubrazioni mentali che inevitabilmente mi vedo costretto a farci su, fatto sta che l’altra notte ho fatto un sogno. Uno dei miei.

Cinema come fabbrica dei sogni, si diceva di Hollywood negli anni d’oro.

Appunto.

 

Il sogno è diviso in due parti distinte, legate dal fatto che io ero un regista e stavo girando due film.

 

  1. Sardinian horror

Mi trovo a dover girare un film nel villaggio turistico dove sono andato quest’anno, che per la cronaca non era in Sardegna, ma in Abruzzo (ma questi sono particolari, d’altronde anche Argento gira i suoi film a Torino e li ambienta a Roma). Ricordo che giravo una scena di omicidio efferato con un coltello, e la mano dell’assassino era la mia, proprio come fa Dario Argento.

Beh, ho detto, intanto che sono qui, vado a trovare Donatella (vi ricordate la cameriera distratta?).

Ma Donatella non c’era più. Ovviamente.

 

  1. Riso Amaro II – La vendetta del Gattopardo

Si tratta di un giallo post-neorealista shakespeariano con influenze thriller anni ’80.

Io ero contemporaneamente regista, attore, personaggio, e spettatore del film.

Andiamo con ordine.

Guardavo la TV in cucina, come spesso accade, con mia madre che lava i piatti.

Davano Riso Amaro, melodramma americaneggiante sulle mondine piemontesi, film che conosco benissimo, essendo largamente presente nella mia tesi di laurea dal sontuoso titolo "Il ruolo della musica per costruzione di un cinema popolare italiano negli anni ’50".

Eppure c’era qualcosa di strano. La protagonista non era Silvana Mangano ma Lucia Bosè, e alcune scene, che io assolutamente non ricordavo, erano a colori, mentre il film di De Santis, del ’49, è rigorosamente in bianco e nero. Ma mia madre mi assicurava che fosse Riso Amaro, e io pensavo probabilmente a una nuova versione Redux con scene tagliate…

Mi trovo catapultato all’interno del film, ma non esattamente…ne ero il regista. Stavo dicendo agli attori come morire. Sì, era una scena tipo finale di Amleto, muoiono tutti, ed eravamo nel mio giardino. Gli attori erano in bianco e nero. Io no. Spiegavo a tizio dove cadere, a caio come morire, e al vecchio come sparare. Lui avrebbe ucciso tutti e poi si sarebbe tolto la vita.

Chiaro.

Girata la scena entro in casa mia. E mi trovo all’interno della cosiddetta diegesi del film…cioè, ero diventato un personaggio della finzione del film che stavo girando…facendola corta, mi sono fatto Lucia Bosè sul mio divano (non so se ricordate com’era negli anni ’50…la Bosè, non il mio divano…). Ma prima ricordo che avevo avuto delle riserve, ne abbiamo parlato…forse perché non ero pronto ad una relazione con una donna in bianco e nero, forse perché iniziavo ad avere crisi di appartenenza verso i vari livelli narrativi. Forse perché il Principe di Salina, interpretato da Burt Lancaster…sì, insomma, il Gattopardo di Visconti….ci spiava…e poi ha accusato la Bosè di essere lei la fautrice della stage di cui sopra…e io hai voglia a spiegare che non era vero, perché il regista ero io e la strage l’avevo ideata io e quindi lo sapevo bene che lei non c’entrava, e che era stato il nonno…niente da fare…il Principe non ci credeva…

E intanto io guardavo tutta questa vicenda nella TV della mia cucina…altro che sogno a matrioska…

 

Il giorno dopo, ovvero ieri, mi sono recato al Film Festival. Entrato negli uffici della RAI per ritirare l’accredito (il pass che mi fa entrare ovunque), si verifica la solita maledetta gag.

         Dimmi il tuo nome

         Mimmo, Mimmo Dario

         Ah, sì, mi ricordo, ora lo cerco…

        

        

        

         ..

         Aspetta…

        

         Ma è un accredito professional?

         Penso di sì…

        

        

Dopo aver chiamato ad aiutarla due colleghe, finalmente il pass si trova.

         Ah ah ah…l’avevano messo sotto Dario invece che sotto Mimmo…

         Ah ah ah, non preoccuparti…mi succede sempre…

 

Appoggiato al muro del cinema Massimo, leggendo Tristano muore di Tabucchi (che consiglio a tutti), la sera calava limpida sugli edifici bianchi, l’illuminazione cinematografica del centro sostituiva il sole, e io mi sono sentito davvero nel set di un film, sì, avete visto Dopo Mezzanotte di Davide Ferrario, ambientato nella Mole antonelliana? Così.

Intanto chiacchieravo con una giornalista, e si formava la coda per il film d’inaugurazione: Flags of our fathers, l’ultimo di Clint Eastwood. Mi sentivo parte di qualcosa, Torino è una città vera, viva, succede qualcosa, anche se siamo così lontani da tutto, non più Mediterraneo e non ancora Europa. Questo stare sospesi tra la pianura e la montagna, tra i sontuosi palazzi del centro e il degrado della periferia, tra i Savoia e centri sociali, tra i vecchi piemontesi e i meridionali integrati che parlano ancora in dialetto, le ultime immigrazioni dall’Est e dall’Africa, fa di torino una città culturalmente ricca: tutto e il contrario di tutto convivono, si scontrano, si scambiano, si fondono.

Io e Daniele siamo stati gli ultimi che hanno fatto entrare in sala…il Massimo è piccolo…e c’era troppa gente con invito…saranno rimaste fuori 300 persone…e ci avranno odiato tantissimo.

(Vis)Conti in sospeso – ovvero, Grazie Nonna

E’ stato poco fa.

Finivo cena, ero arrivato tardi perché oggi ho passato il pomeriggio al Museo del Cinema a vedere Senso di Luchino Visconti. Finivo cena e dicevo “vado su”.

Mia nonna, seduta, piccola, magra come sempre, forse di più, con il sorriso di rassegnazione che hanno i vecchi quando si abituano al tempo, rispondeva “che bello era quando finito di mangiare ti soffermavi”.

Vivo con mia mamma mio padre mia sorella mia zia mia cugina e mia nonna.

Quella frase così innocente, che mi apostrofava il passo attraverso la porta semiaperta della tavernetta, detta senza alcuna intenzione di rancore, mi risuona forte nella testa.

Non so se era un semplice corollario del “come sei diventato grande”, può darsi. Io l’ho letta come una constatazione della mia apparente indifferenza verso la mia famiglia.

Temo che i miei parenti, in particolare mia nonna, pensino che i miei strani interessi, la mia “diversità” (che hanno comunque sempre incoraggiato e visto come positiva), mi abbiano allontanato troppo.

Il fatto è che io ho sempre detestato le dimostrazioni di affetto. Non ricordo l’ultima volta che ho dato un bacio a mia madre o a mia sorella. Aiuto in casa solo quando mi è esplicitamente richiesto, e nemmeno immediatamente. E nemmeno sempre. Sono un solitario, non parlo mai con loro dei miei problemi.

Forse mi comporto male.

Forse questa mia timidezza (perché in un certo senso provo imbarazzo nel manifestare il mio affetto ai miei familiari) si ripercuote al di fuori, e si riverbera nella mia incapacità cosmica di essere amore in quanto oggetto, di attirare l’altro sesso.

Come fossi un fantasma, credibile ma freddo.

Quante volte ho pensato, anche da bambino, come farei a vivere senza mia nonna. Da bambino poi piangevo. Erano le prime ingenue riflessioni filosofiche sulla morte. Come avrei fatto, senza lei che tornato da scuola mi preparava il pranzo? E dopo mangiato mi mettevo sotto il tavolo a giocare coi pupazzi degli eroi dei cartoni animati, o a leggere Topolino, che tutti i mercoledì mi faceva trovare a casa. Forse lei era contenta così, a vedermi contento. Saranno passati 15 anni, e quando torno dall’università, o al limite dal cinema, lei mi prepara ancora da mangiare, e mi regala tavolette di cioccolata, e mi fa un caffè buonissimo che sorseggio ridendo a gran voce coi Simpson (e lei nota che è l’unico momento in cui mi sente ridere) o soffrendo con Dragonball.

Il mio grazie di oggi è stato parlarle de Il Gattopardo, e dei costumi, del ballo, della sua Sicilia che le manca tanto, e di Rocco e i suoi fratelli, e di Renato Salvatori, di Alain Delon, che lei si ricorda giovane che andava al cinema.

Ho pensato di chiederle di venire con me al Cinema Massimo a vedere qualcosa di queste retrospettive. Lei mi direbbe certamente di no, ma che scherziamo, io sono vecchia, vai con qualche tuo amico.

Ma le farebbe tanto piacere.

Poi non l’ho fatto, sono troppo orgogliosamente preso a far credere alla mia famiglia di esserle indifferente.